La generazione Erasmus fra mobilità e precarietà

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Il programma Erasmus compie trent’anni e la mobilità dei giovani studenti e ricercatori è diventata una sorta di mito che percorre le strade d’Europa. Ne parliamo con il sociologo fiorentino dell’Università di Genova Luca Raffini.

“Generazione Erasmus” e “Generazione precaria” cosa ci raccontano queste definizioni se ci allontaniamo dalla retorica della cronaca?
“Sono due maniere diverse di guardare allo stesso fenomeno: sono i trenta/quarantenni, che per primi hanno vissuto nella loro esperienza di vita uno spazio senza frontiere. Hanno vissuto la costruzione del sogno europeo. Poi c’è stata la crisi e oggi la Brexit. E il sogno europeo appare un po’ offuscato. L’Europa Unita, lo spazio senza frontiere c’è ancora, ma l’entusiasmo è sicuramente minore.
Da un punto di vista non retorico tenderei a vederla così: quello a cui prima si guardava come un sogno, come una prospettiva, come un ideale, oggi è diventata pratica concreta, vita vera. E la vita quotidiana non è fatta solo di sogni, ma è la nuova condizione di un giovane europeo.
Non voglio dire che il sogno è completamente finito e che non rimane niente della generazione Erasmus. Il fatto di avere, anche in un contesto di impoverimento come quello italiano, la possibilità, per alcuni, di andare all’estero rappresenta un’opportunità, anche se a livello personale certamente può comportare una sofferenza, una deprivazione. Se usciamo dagli schemi, dalla scenografia del film “L’appartamento spagnolo”, che descrive l’esperienza culturale degli studenti Erasmus e guardiamo, a distanza di anni, come si concretizzano queste opportunità vediamo che la mobilità vera viene con il lavoro, ma con il lavoro viene anche il trasferimento, la ricollocazione della cittadinanza.
Sei un cittadino europeo, e come tale ti puoi muovere liberamente, ma cosa succede quando questa affermazione ideale diventa pratica quotidiana? Storicamente i cardini della cittadinanza sono la nazionalità e il lavoro, a cui si legano servizi sociali, assistenza sanitaria, etc. Facciamo l’esempio del giovane ricercatore italiano precario, e in generale del giovane italiano che va a Berlino: lì ha un contratto e lavora per un anno, lì prende la residenza, da cittadino italiano. Lavora, fa esperienza, amplia le proprie reti, costruisce un proprio percorso professionale. Vive un contesto di vita cosmopolita, ricco, stimolante. Ma sul piano della sicurezza esistenziale? Cosa succede quando il contratto è scaduto, è cittadino italiano, ma residente in Germania, è provvisoriamente senza lavoro e ha bisogno di cure sanitarie?
Invece di andare semplicemente all’ASL sotto casa, deve pensare “Ma in questo momento sono coperto? Da chi? Per cosa? Mi posso curare in Germania o devo tornare in Italia?”. Un ginepraio. In Europa non c’è omogeneità normativa, c’è molta confusione e difficoltà a orientarsi fra i sistemi, diritti e servizi per un cittadino mobile. Insomma, la mobilità è un’esperienza bella, ma può presentare anche le sue difficoltà e le sue incertezze. E implica rinunce, che possono anche essere viste secondo un’ottica di genere: come può riuscire a costruirsi una famiglia, gestire dei bambini una giovane donna che è mobile e precaria? Non parlo di famiglie di manager globali che si spostano con la babysitter al seguito e che mandano i figli alle scuole internazionali. Parlo di una persona comune, precaria, che vive un anno a Parigi e l’anno dopo a Francoforte, e l’anno dopo ancora non si sa dove, che non può lasciare i bambini ai nonni e che non ha le risorse economiche che gli permettono di pagare le rette di scuole e alte strutture”.

Quindi si tratta di una generazione di cittadini europei comunque “sballottati” e precari?
“Precarietà e incertezza sono una condizione comune delle nuove generazioni. Chi vive, insieme alla precarietà, anche esperienze di mobilità, diventa per alcuni aspetti ancora più precario e incerto.
Muoversi è un investimento su di sé, significa mettersi alla prova, ma comporta oltre che incertezze anche problematiche economiche. Si accusa i giovani di essere bamboccioni e di rimanere nel rifugio paterno anche da adulti: il giovane mobile spesso non ha questa protezione, e se è vero che la mobilità permette di trovare impieghi più gratificanti sul piano economico, oltre che professionale, implica anche spese: affitti, viaggi continui…
Sono cittadini che vivono un’incongruenza di status all’incontrario: sperimentano un ambiente cosmopolita, stimolante, ricco di incontri e viaggi, ma dal punto di vista economico sono “poveracci”.
In tutto questo c’è molta costruzione e tanta ideologia. Infatti, è interessante notare come l’Unione Europea prima vedeva la mobilità solo come immigrazione, senza distinzioni. Oggi invece distingue fra mobilità e immigrazione: mobilità bene, immigrazione male, mobilità risorsa, immigrazione grana, mobilità europea benissimo, immigrazione da fuori molto male, a meno che non siano immigrati molto bravi e selezionati. Detto questo però, nei fatti, il rumeno, anche se laureato e cittadino europeo, resta comunque un immigrato per il ‘luogo comune’”.

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Generalizzando, quindi, nella società neoliberista l’immigrazione è considerata qualcosa da ostacolare mentre la mobilità è da incentivare perché ricchezza. Ma chi ci guadagna?
“Non sono un apocalittico e dico che la mobilità è comunque un’opportunità in più e non tornerei mai indietro. Guardando ai fatti però si notano differenze marcate a livello di Stati: ad esempio, l’Italia non è un paese che ci guadagna più di tanto. Le Università si impoveriscono progressivamente formando persone che poi “regalano” fuori, mentre per contro gli studenti e i ricercatori stranieri sono pochissimi. In Toscana c’è l’anziano inglese che si trasferisce nel Chianti, ma il giovane inglese professionista manca. Berlino è invece un polo di attrazione anche per i giovani talenti.
La mobilità, questa idea di scambio per cui si abbattono i confini e ti mescoli, ti europeizzi, è stata immediata e tangibile con l’euro, ma con le persone avviene in maniera molto più lenta e selettiva”.

Ma quindi la mobilità in Europa è scambio vero, orizzontale, o quello che voi sociologi chiamate “brain drain”, cioè la fuga di cervelli?
“Ci sono così tante chiavi esplicative che spesso succede che quando si leggono contributi, sia di taglio scientifico sia politico/culturale, in maniera più o meno consapevole si adotta l’uno o l’altro approccio. Si parla di “Generazione Erasmus”, si parla di “fuga di cervelli”. A me piace prendere le cose e ricollocarle nel loro insieme, “rimescolando” le spiegazioni, perché una stessa persona vive nello stesso tempo tante di queste situazioni, nel bene e nel male. Andare a indagare cosa succede nella vita quotidiana delle persone ti permette anche di capire quali sono le dinamiche al di là della retorica. Secondo me indagare i vissuti individuali è una straordinaria fonte per comprendere le direttrici di mutamento sociale, non per cercare nel singolo soluzioni individuali a problemi individuali, ma per ricercare i problemi strutturali a partire dalla vita quotidiana. Perché è lì che si vede la precarietà, la fruibilità dei servizi, la presenza degli stereotipi di genere, le contraddizioni sistemiche. Gli eventuali disagi non sono fallimenti personali o condizioni individuali, ma si ricollegano a un destino collettivo. E la vita quotidiana dei giovani, mobili e precari, ha tanto da dirci sulle condizioni di vita delle giovani generazioni. Per questo in un articolo scritto con una collega, Alberta Giorgi, ho parlato di “Love and Ryanair”, per indagare come precarietà e mobilità incidono sulle relazioni sentimentali e in un altro contributo ho parlato di “cosmopoliti dispersi” per descrivere l’ambivalenza della condizione di giovani, che non hanno certezze sulla dimensione temporale (che farò domani?), spaziale (dove sarò?) e relazionale (con chi sarò?). Giovani che ho definito come all’incrocio tra la generazione Erasmus e la generazione precaria”.

Per approfondire
Luca Raffini, Quando la generazione Erasmus incontra la generazione precaria, OBETS, 9, 2014.
Alberta Giorgi e Luca Raffini, Love and Ryanair. Academic Researcher’s Mobility, Forum sociologico, 27, 2015.
Luca Raffini, Cosmopoliti dispersi. In In/disciplinate. Soggettività precarie nell’università italiana, 2017, a cura di F. Coin, A. Giorgi e A. Murgia,
Something for Tomorrow. 9 stories of Europe. Documentario di Alberto Bougleux su storie di mobilità. 

Sara Mori e Elena Mondovecchio

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