“O studiar con impegno ed esser uomini O in Empoli volar pel Corpus Domini”

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Con questi versi dati alle stampe nel 1842 e diventati un ricorrente modo di dire tra i cittadini di Empoli, il poeta e dottore Antonio Guadagnoli d’Arezzo faceva riferimento alla proverbiale stupidità del somaro e alla secolare tradizione empolese del volo del ciuco.
Ma in cosa consisteva questo rito tanto macabro e, al contempo, spettacolare?
Ogni anno, a partire dal XIV secolo, una volta terminate le celebrazioni liturgiche del Corpus Domini, un giovane asinello veniva portato in cima al Campanile della Collegiata, sormontato da un paio d’ali di legno dorato e, dopo essere stato imbrigliato a delle carrucole, veniva spinto verso il basso percorrendo il grosso canapo che univa il campanile alla base di una colonna di Palazzo Ghibellino.
Tra le urla e gli schiamazzi del popolo sottostante la povera bestia precipitava verso il suo inevitabile destino, schiantandosi infine al suolo. Ma perché fu scelto proprio il ciuco come animale da sacrificare alla ludica causa paesana? Una risposta precisa ancora non è stata trovata, esistono solo supposizioni. Probabilmente fu scelto perché nell’immaginario collettivo esso rappresentava l’essere tra i più i stupidi del mondo animale, il più adatto a suscitare l’ilarità di un pubblico prevalentemente contadino e non istruito.
Così, dopo una vita passata a trainar carretti, carichi, uomini e a sopportar comandi, bastonate ed offese, adesso il malcapitato somaro doveva pure accollarsi il peso di una morte imposta in modo così barbaro e cruento.
Ma prima di giungere in un modo così privo di senso all’epilogo della vita, il piccolo somarello di turno, di fronte all’incombere della morte, era solito compiere un gesto tanto istintivo e irrazionale quanto incoscientemente vendicativo e dotato del peso del contrappasso di dantesca memoria: l’emozione del volo, infatti, portava soventemente la bestia sacrificale a… defecare sulle teste di chi, da sotto, assisteva con cinismo ed euforia alle fasi preliminari del suo imminente decesso.

E la “vendetta” doveva esser così copiosa e ricorrente che in molti, tra il pubblico, si premunivano di corbelli o di cesti di varia natura per ripararsi dalla materia organica che cadeva in picchiata sulla piazza gremita di gente.
È vero che la vendetta è un piatto che solitamente va consumato freddo, ma se sei un asino, per di più in volo, e ti resta solo qualche secondo da vivere, va bene anche consumarla all’istante, espressa, calda, insomma… ci siamo capiti.

Daniele Lovito

Daniele Lovito

Daniele Lovito, nato a Empoli, ma geneticamente lucano, è il quinto di cinque fratelli (poi i suoi scoprirono la TV). Da sempre appassionato di storia, nel 2015 consegue finalmente la laurea in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze. Ricercatore free-lance e aspirante ricercatore universitario, è da sempre lavoratore precario multitasking. Calciatore amatoriale di periferia con “il cuore dentro alle scarpe” e cantante da camera (camera da letto, bagno…soprattutto bagno), ama il cinema d’essai e i maestri della commedia all’italiana. Dedito fin da piccolo all’arte dell’imitazione, sogna una – improbabile - carriera nel mondo del cabaret.
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1 commento

  1. mi si risveglia tutto lo spirito animalista e quel po’ di puzza sotto il naso che mi viene di fronte alle manifestazioni che esaltano le folle

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