Empoli: da città di provincia a “capitale dell’impermeabile”

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C’è stato un tempo, non molto distante dal nostro, in cui Empoli era uno dei principali centri italiani per la confezione di impermeabili in fibra sintetica. Erano gli anni ’50-’60 e centinaia di ditte di sartoria nostrane concorrevano per più del 40% alla produzione nazionale di questo, allora assai diffuso, capo d’abbigliamento. Per qualità e quantità dei manufatti sfornati ogni anno, dunque, la città meritò l’appellativo di “capitale dell’impermeabile”. Oltre all’intuito e all’abilità dimostrati da alcuni imprenditori locali, fu il lavoro puntuale, sapiente, sottopagato e spesso scarsamente tutelato prestato da migliaia di donne impegnate nella cucitura dei capi a domicilio e nelle catene di fabbrica a permettere che il nostro settore tessile potesse decollare nell’arco di pochi decenni. Ma dove affondano le radici del successo delle confezioni empolesi?

Il percorso che portò il nostro centro di provincia a raggiungere questo primato nazionale iniziò con i tragici giorni della prima guerra mondiale.

L’esigenza di fornire ai soldati gli indumenti necessari per sostenere il conflitto al fronte (pastrani, mantelline, giubbe, calzini, pantaloni) trovò un’adeguata risposta nell’area empolese. Potendo contare sul know how manuale posseduto dalle donne impegnate nelle tradizionali attività di lavorazione della paglia e di sartoria, l’amministrazione comunale, guidata dall’avvocato Adolfo Figlinesi, riuscì ad attrarre sulla città una nutrita quantità di ordini per il confezionamento di divise per l’esercito, affidandone la manifattura ai sarti locali e a centinaia di cucitrici, prevalentemente appartenenti a famiglie di richiamati alle armi, impegnate nella realizzazione a domicilio di migliaia di capi di vestiario militare.

All’indomani del conflitto, le nostre confezioni riuscirono a far tesoro dell’esperienza acquisita nel periodo bellico riorganizzando il lavoro in funzione della produzione in serie di abiti civili, soprattutto impermeabili e cappotti. Fu Livio Busoni, in particolar modo, a favorire questo processo di conversione: nel 1919, infatti, ebbe la felice intuizione di trasformare il trench coat che era stato in dotazione agli ufficiali britannici durante la guerra in capo d’abbigliamento destinato all’uso civile. Riprodotto in serie nei laboratori dell’Unione Sarti, il manufatto trovò subito mercato e ottenne un crescente successo. Fu la stessa ditta empolese (nel frattempo divenuta ditta Bartolucci & Busoni), poi, a produrre un secondo capo, sempre di derivazione inglese, di più semplice fattura e più pratico: il burberry, così chiamato dal nome dell’originaria ditta produttrice britannica. Già dagli anni ’30, ma ancor più dal secondo dopoguerra agli anni ’60, trench e burberry furono tra i principali motori trainanti del settore dell’abbigliamento locale e dell’intera economia cittadina.

Con l’arrivo degli anni ’70, però, quegli strani cappotti che per quasi cinque decenni erano stati l’onore e il vanto di Empoli nel mondo finirono dimenticati negli armadi. A partire dagli ’80, poi, la progressiva disarticolazione delle unità produttive e la crescente concorrenza messa in campo dalle ditte con manodopera sottopagata proveniente dall’Est Europa o dal Sud Est Asiatico contribuirono a mettere in crisi l’intero settore tessile della zona fino a determinarne il quasi definitivo arresto. Oggi, cessate quasi tutte le attività, delle grandi confezioni empolesi non rimane che la struttura di qualche stabilimento e qualche elemento di archeologia industriale (ad esempio il grande arco che fu della Linexter in via Petrarca). Anfor, Brooklin, Isor, Linexter, Zani… adesso sono solo nomi che albergano nel ricordo dei testimoni e dei protagonisti di quella che potremmo definire un’epoca d’oro per la nostra città.

Daniele Lovito

Daniele Lovito

Daniele Lovito, nato a Empoli, ma geneticamente lucano, è il quinto di cinque fratelli (poi i suoi scoprirono la TV). Da sempre appassionato di storia, nel 2015 consegue finalmente la laurea in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze. Ricercatore free-lance e aspirante ricercatore universitario, è da sempre lavoratore precario multitasking. Calciatore amatoriale di periferia con “il cuore dentro alle scarpe” e cantante da camera (camera da letto, bagno…soprattutto bagno), ama il cinema d’essai e i maestri della commedia all’italiana. Dedito fin da piccolo all’arte dell’imitazione, sogna una – improbabile - carriera nel mondo del cabaret.
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