Covid-19, il meccanismo psicologico di difesa del cervello nella seconda ondata del virus

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Questa seconda ondata di diffusione del Covid-19 , a livello psicologico, è purtroppo peggiore della prima.

Il lockdown vissuto in primavera ha richiesto un notevole sforzo da tutti i punti di vista: economico, emotivo, relazionale, sociale.

Quello che sta succedendo in questi giorni è un po’ come capita a chi compie un grande sforzo per arrivare in cima ad una montagna guardando sempre i propri piedi, per non perdere la speranza e la determinazione, e poi una volta giunti sulla vetta, davanti vi è di nuovo un’altra grande montagna.

Se tutte le risorse sono state utilizzate, da dove si riparte? Il cervello quindi si difende dalla consapevolezza che non si è nemmeno a metà del cammino, dalla possibilità di non avere riserve a cui attingere, dalla necessità di sentirsi liberi da un male ancora molto sconosciuto. Come? Negando e dimenticando.

Il cervello, come meccanismo psicologico di difesa, tende ad archiviare difficoltà e situazioni traumatiche per consentirci di continuare la nostra vita. Se per esempio chiedessi quanti di voi, nei mesi passati, hanno pensato alla scena dei carri militari che portano fuori dalla città le bare delle vittime del Coronavirus, sono sicura che sareste in pochi. Questo meccanismo, utile a mantenere i nervi saldi, rende però complicato contenere l’epidemia in quanto porta molte persone a non attenersi alle restrizioni perché incapaci di reggere mentalmente il carico di stress e responsabilità richiesta.

Le reazioni a cui stiamo assistendo, prima di tutto la paura del contagio e l’ansia per l’incertezza circa la durata della pandemia, e i problemi economici, sommate alla fiducia che riponiamo nelle persone a noi vicine pensando che non possano essere fonte di contagio e alla sospettosità con cui valutiamo le informazioni ufficiali, possono dare origine a atteggiamenti negazionisti.

La rimozione è un meccanismo inconscio che entro certi limiti è fisiologico, oltre è alla base delle nevrosi. E quando non è totale, anche per la continua stimolazione a cui siamo sottoposti, può riguardare però aspetti importanti dell’evento. Questo può accadere quindi in quelle persone che hanno difficoltà a cambiare il proprio stile di vita e non reagiscono in modo proattivo alle situazioni. Inoltre la velocità con cui si susseguono i vari provvedimenti possono non lasciare il giusto tempo di elaborazione (diverso da persona a persona) e quindi alcuni possono rimanere bloccati nella fase della negazione. Purtroppo far finta che il problema esista non basta a risolverlo: sarebbe quindi molto utile sensibilizzare e fornire supporto psicologico al fine di permettere una reazione positiva alle situazioni traumatiche al fine di riorganizzare la propria vita.

Martina Francalanci

Martina Francalanci

Martina Francalanci è psicologa clinica e di comunità laureata nel 2011 all’Università di Bologna. Nel 2013 si è occupata di Psychological Assessment all’Università Federale di Rio Grande del Sud a Porto Alegre, Brasile. È esperta in Scienze forensi, si è occupata per 5 anni di violenza domestica, è CTU del Tribunale di Pisa. Collabora con il VirtHuLab dell’Università di Firenze che si occupa dello studio e della modellizzazione delle dinamiche umane (individuali e collettive) in ambiente virtuale. Svolge la libera professione a San Miniato (PI) e si sta specializzando in Psicoterapia umanista bioenergetica. Dott.ssa Martina Francalanci Psicologa clinica e di comunità Iscrizione OPT n. 6991 Esperta in Scienze forensi Esperta in tecniche di rilassamento
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