Coronavirus, come sopravvivere a noi stessi in tempi di quarantena: i consigli dello psicologo

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Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;

se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano,

mettendo in conto anche il loro dubitare.

[…] Se saprai aspettare senza stancarti dell’attesa,

sarai un uomo, figlio mio.

La faceva facile, Kipling. Ma era un poeta, lui: cosa volete ne sapesse della vita, quella vera, dell’uomo, in carne e ossa? Dell’uomo impaurito da un virus, costretto a vagare da una stanza all’altra con quella vocina impertinente dentro: “Ma tu, chi sei? Chi è quella tizia che ti dorme accanto? E quei bambini smoccolanti, che cosa vogliono?”. Quando lui, sempre quell’uomo, cioè noi, vorrebbe solo prendere a testate lo spigolo della porta e viene invece invitato a leggere, scrivere, guardare film, opere d’arte, costruire origami. A fare in un mese quello che non farebbe neanche in un anno, in una continua rincorsa a diventare la migliore versione di se stesso. Roba da psicologi. Appunto.

E a uno psicologo ci siamo rivolti per provare a capire quello che ci sta succedendo in questi giorni e sapere come affrontare al meglio le nuove condizioni di vita che la diffusione del Covid-19 ci ha imposto. Ecco cosa ci ha risposto il dott. Gianmarco Meucci, psicologo e psicoterapeuta di Firenze (www.psicodaimon.it).

Nell’incertezza di questi giorni, l’unica cosa che ci sembra chiara è che stiamo affrontando un’emergenza sanitaria inedita nei numeri e nelle forme. Meno chiaro è l’impatto sociale del fenomeno. Cosa sta succedendo a livello di psicologia delle masse?

La Nostra Natura Madre ha deciso di ribellarsi e fermare tutto, pena la vita nostra e del prossimo. Il Coronavirus Covid-19 viene dalla Natura (pare dai pipistrelli) e, guarda caso, non colpisce gli animali, ma gli uomini. Può essere un ammonimento, un segno che la Natura non ci vuole più, non ci sopporta più, come diceva l’agente Smith nel film Matrix: ”Voi umani siete come un virus… colonizzate, rendete tutto arido e poi vi spostate”. Sembra una lettura apocalittica: stare in casa è l’unica cosa che ci è concessa e la massa è tranquilla perché qualcuno, il nostro premier Giuseppe Conte, ci ha detto cosa fare. In questo momento, è importante che ognuno di noi prenda esempio da qualcuno che stima, che riconosce come sicuro, e si immagini cosa farebbe lui/lei al posto nostro. Questo meccanismo si chiama introiezione e Giuseppe Conte sta svolgendo al meglio questo compito di rassicurazione della popolazione per la calma e compostezza con cui si esprime. Senza l’introiezione di queste “figure buone” interne (tipo Conte, un terapeuta, un genitore, un compagno) è difficile mantenere un centro, un piccolo luogo sicuro dentro di noi, in questo momento storico di emergenza, unico nel suo genere. Per concludere, in questo momento di mancanza di libertà, di affetti vicini, e di paura è importante ritornare a desiderare. Desiderare cosa? Un piccolo desiderio quotidiano come un cibo, un libro, una videochiamata, un disegno, scrivere; invece è necessario staccarsi dalla tv, dalle informazioni social, dalle persone disfattiste e da tutto ciò che ci inquina perché questo crea uno stato ipnotico ansiogeno deleterio per la salute mentale e per la lucidità”.

 

Aiutaci a fare un po’ di chiarezza: si parla spesso di paura, angoscia e panico quasi fossero sinonimi. Quali sono invece le differenze e quale ti sembra, in questo momento, la reazione collettiva prevalente?

La paura è un’emozione adattiva a salvaguardare la vita di ognuno di noi; se non avessimo paura, saremmo incoscienti e rischieremmo la vita. Quindi la paura è un’emozione sana. La paura diventa panico quando non c’è la possibilità di distaccarsi dal pensiero ossessivo che mi abita: “Non ce la farò”. Langoscia invece è uno stato esistenziale, è una sensazione di malessere diffuso, persistente e senza un particolare oggetto, è uno stato in cui l’incertezza ci fa sentire tutto ciò che ci circonda come minaccioso, senza via di uscita e non ha un oggetto determinato, come per esempio può essere la “paura del buio”, ma è come se fosse una paura generica, diffusa e non c’è una previsione, c’è solo un’incognita, una domanda fissa: “Cosa succederà domani, tra un mese, tra un anno?”. La risposta è che non lo sappiamo, e quindi l’unico modo di sopravvivere e vivere bene, è dirsi: “È un momento duro e ho fiducia che tutto passerà, come tutte le cose. Imparo a vivere oggi per oggi, giorno per giorno, passo dopo passo. Qui e ora!”. L’unica soluzione è rimanere presenti a sé stessi. Ma come? “Spezzettando la realtà: discernere”.

 

Il discernimento è la capacità di dire: cosa sto pensando, cosa sto sentendo, cosa sto facendo in questo momento? È come spezzettare la realtà in tanti piccoli fotogrammi e vivere ognuno di questi fotogrammi come unico, rispondendo alle domande sopra.

Il panico è invece tutt’altro, in base all’Enciclopedia Treccani è “un senso di forte ansia e paura che un individuo può provare di fronte a un pericolo inaspettato, e che determina uno stato di confusione ideomotoria, caratterizzata per lo più da comportamenti irrazionali”.  Molte volte gli attacchi di panico sono senza un oggetto preciso, perché noi non lo riconosciamo, ma in questo caso è giustificato e questo ci porta a fare cose inconsulte e pericolose, vedi i milanesi che assaltano il treno a mezzanotte per paura di rimanere bloccati in Lombardia, rischiando di trasmettere il virus in tutta Italia. Per rispondere alla tua domanda, noto che la maggior parte delle persone vive uno stato di isteria, laddove vige la legge “Mors tua, Vita mea”, si perde il senso di responsabilità e l’ansia, la paura generalizzata di non poter mangiare e di morire offusca il raziocinio. Fortunatamente non per tutti è così. Credo che evidenzi un problema della nostra società con cui difficilmente entriamo in contatto, se non costretti: l’idea e l’esperienza della morte. James Hillman definisce bene questo concetto: “Il fatto che il malessere di fondo della nostra cultura nasce dal rifiuto della morte… invece la morte è un modo per mettersi in contatto, è la cura rivoluzionaria per la vera malattia della nostra cultura, il rifiuto della morte. Rifiuto inteso più come rimozione ed evasione da”. Aggrappiamoci alla vita, respiro dopo respiro, passo dopo passo, pensiero dopo pensiero, imparando a convivere con quest’idea, possibilità di morte che ci tocca così da vicino”.

 

Come giudichi la trasmissione delle informazioni da parte delle istituzioni e dei media? Ti sembra che i messaggi vengano recepiti correttamente dai cittadini?

Senza ombra di dubbio, siamo come sotto l’effetto di uno tsunami di informazioni. Infodemia è la parola più giusta di questi tempi. Il disorientamento è la conseguenza di chi riceve tutte queste informazioni e non ha la lucidità di discernere quelle che sono attendibili da quelle che non lo sono. In più ci sono i social: lì avviene proprio l’inferno, c’è proprio un bombardamento da informazioni e distinguere tra le fake news e quelle vere è ardua impresa, soprattutto, in momenti come questi, in cui la posta in gioco è la salute delle persone.

Il suggerimento è cercare di non guardare ossessivamente le notizie, le news, ma affidarsi a fonti attendibili che in questo caso sono la Protezione Civile, la Presidenza del Consiglio e l’Istituto Superiore della Sanità.

Infine un’ultima osservazione mi viene dall’orario in cui sono state date le informazioni ai cittadini dal Presidente del Consiglio: sempre la sera tardi! Qui credo che non ci sia stata un’attenzione nel considerare le conseguenze psicologiche, anche se è una situazione di emergenza, del quando annunciare al popolo italiano queste notizie così restrittive.

Credo che anche il mondo dell’informazione, alla luce anche di quanto sta succedendo in tutto il mondo, vada riformato per un benessere generale sia di chi fruisce sia di chi produce un’informazione”.

 

Quale ruolo stanno svolgendo i social nella catena di contagio emotivo di questi giorni?

Infodemia, pandemia, epidemia hanno tutte la stessa desinenza: demia= popolo.

Pioggia di informazioni, virus, morte sul popolo. È un contagio vero e proprio via etere, via social, online, offline, ora anche il contatto con le persone è contagioso per via del virus e l’unica cosa che ci può salvare è il buon senso. Il buon senso però non si impara dall’oggi al domani, ma si impara attraverso un lavoro su di sé psicologico, umano, di responsabilità per rieducarsi a stare insieme e smettere ognuno di noi di cercare consenso o approvazione, ma un centro di gravità permanente, come cantava Battiato. Questo centro interiore, di presenza, ci protegge da ogni contagio e ci trasmette la serenità di scegliere cosa è meglio per noi, ogni giorno e in ogni situazione.

Non è tanto ciò che ti accade, ma come reagisci a ciò che ti accade quello che conta”. Epitteto 

Infine, dovremmo cercare, ognuno in cuor suo, di essere responsabili e di non produrre a caso contenuti sui social solo perché ci sentiamo soli e cerchiamo approvazione. Alziamo piuttosto il telefono e chiamiamo una persona a cui vogliamo bene”.

 

Tra le direttive emanate dal Governo per rallentare la propagazione del coronavirus c’è anche quella di restare a casa. Cosa comporta, a livello mentale, lo stare chiusi tutto il giorno?

Da una parte è positivo perché ci sentiamo più al sicuro in casa, da un’altra è negativo perché bisogna fare i conti o con la solitudine, se siamo da soli, o con una famiglia, una compagna/o. Se siamo soli, siamo obbligati a guardarci allo specchio, e in alcuni casi potrebbe essere molto difficile, andando incontro ad ansia, paura, depressione oppure cavarcela alla grande perché ci conosciamo e non abbiamo passato la nostra vita a distrarci. Se invece siamo in famiglia, o fidanzati senza figli, dovremmo fare i conti con la relazione che abbiamo costruito e accorgerci inevitabilmente dei limiti e dei pregi; questo potrebbe rivelarsi una risorsa oppure un dramma. L’importante è chiedere aiuto ad amici, o alla Croce Rossa o a uno specialista, psicologo, psicoterapeuta che sicuramente potrebbe aiutare facendo un colloquio anche via Skype o whatsapp”.

 

Puoi darci dei consigli pratici per salvaguardare il nostro equilibrio mentale e quello dei nostri cari durante questo periodo?

Suggerisco queste pratiche:

  1. la sera prima di coricarsi, scrivere le cose da fare il giorno dopo
  2. trovare del tempo da dedicare a yoga, esercizi fisici, i 5 tibetani e 10 minuti di meditazione
  3. leggere un buon libro: “I Quattro accordi “ di don Miguel Ruiz
  4. chiamare un amico/a
  5. chiamare una persona che non sentiamo da tanto
  6. eliminare le relazioni tossiche
  7. coltivare le relazione nutrienti
  8. volersi bene e trattarsi nel modo migliore possibile
  9. tenere un diario
  10. scrivere una poesia al giorno

Altra cosa molto importante è curare l’alimentazione. Anche se non sono un nutrizionista, nella mia esperienza ho notato che mangiare meno latticini, carboidrati e zuccheri, migliora la salute in generale. Infine, trovo fondamentale che ognuno di noi, per avere una buona serenità mentale, smetta di lamentarsi e cerchi di trovare un piccolo scopo da svolgere ogni giorno.

Ad maiora semper”.

 

Il dottor Gianmarco MeucciCoronavirus, come sopravvivere a noi stessi in tempi di quarantena: i consigli dello psicologo Gianmarco Meucci

 

Donatella Vassallo

Donatella Vassallo

Vivo a Firenze ma non ho la "c" aspirata. Le mie vocali sono aperte, come i confini di Palermo, mia città d'origine. Trascorro le mie giornate a scuola per rubare ai bambini la scintilla della curiosità. Poi la lancio a destra e manca. Quello che raccolgo provo a raccontarvelo.
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