Sopravvivere a una pestilenza cambiando noi stessi e l’umanità

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Lo sguardo della poesia

Mi vide la sofferenza
che bevevo una coppa
di dolore e gridai:
“È dolce, non è vero?”
“Mi hai preso in castagna”
rispose la sofferenza,
“e mi hai rovinato la piazza.
Come farò a vendere dolore
se si viene a sapere
che è una benedizione?”
Rumi

Queste parole del grande poeta e mistico persiano Rumi (fondatore della confraternita sufi dei dervisci rotanti) lette in questi giorni potrebbero indignare molti di noi. Ci potrebbero sembrare completamente estranee e distorte, fuori dalla realtà. Ma la tradizione poetica da sempre si interroga sul grande mistero del dolore, della sofferenza. Sembra sia assolutamente necessario conoscere il male, saperne la forma, riconoscerne i lineamenti. E vedere, sentire, capire, che non ne siamo esenti. Che ci abita. Che ci riguarda tutti.
Basti pensare a Dante che nel suo viaggio fino alle sommità del paradiso deve ineluttabilmente passare dall’inferno e anzi, necessariamente cominciare da lì. Come se non ci potesse essere in alcun modo concessa nessuna visione di armonia, di bellezza, se prima non si è fatta la conoscenza, l’esperienza del dolore. E sono tanti i viaggi mitici che hanno proprio in questa traccia la loro essenza. L’epopea di Gilgamesh, Ulisse ed Enea, e naturalmente Orfeo (misura d’ogni poeta, figlio del dio Apollo e della musa Calliope, inventore della Lira che quando suonava ammansiva le belve, faceva ondeggiare e curvare gli alberi e mitigava gli uomini feroci) che da un dolore indicibile (non solo la morte dell’amata Euridice, ma anche il fallimento del suo tentativo di riaverla al fianco) accresce il suo canto e anche dopo essere stato dilaniato per la sua fedeltà all’amore, la sua testa continua a cantare, separata dal corpo e gettata nel fiume Ebro. Secondo Virgilio, Orfeo viene accolto nei Campi Elisi, che rappresentano una sorta di paradiso.
Pare essere, l’esperienza del dolore, fondamentale per comprendere qualcosa di noi stessi, e quindi degli altri. Perché il primo movimento che scaturisce è che dal dolore nessuno è esente, è la certezza di una infinita comunione.

Morte, dolore, malattia. Ci riguardano tutti. Questo destino comune dovrebbe unirci in un segreto abbraccio, nell’intimo dei nostri cuori. È una profonda fratellanza.
Sempre Rumi afferma che “ll dolore può essere il giardino della compassione. Se mantieni il tuo cuore aperto a tutto ciò, il dolore può diventare il tuo più grande alleato nella ricerca di amore e saggezza”.
Siamo evidentemente di fronte a un mistero. Ma può forse un poco rasserenarci sapere che da sempre l’essere umano ha a che fare con tali misteri. Il tremendo momento che stiamo attraversando riguarda ognuno di noi da sempre. Ha radici eterne, ha a che fare con l’essere al mondo, con l’essere nati. Ma se attingiamo dall’antica sapienza di dare un nome alle cose, l’atto che porta alla nascita lo abbiamo chiamato “fare l’amore”. Fare, costruire l’amore. Il risultato di quel fare è un neonato, una vita nuova, un essere umano. Dunque ognuno di noi è il frutto di un atto d’amore.
Dante conclude il suo viaggio descrivendo l’incontro assoluto con la bellezza, che definisce con un verso eterno: l’amor che move il sole e l’altre stelle. È questa la forza che ci fa vivi, l’antica potenza d’antico amore. Ma ogni madre, prima di partorire, passa attraverso le doglie. Fatica, dolore, sforzo. Perdita di acqua e sangue. Grida. Respirazione e battito del cuore accelerati. Se qualcuno vedesse la scena senza sapere che tutto quello che sta accadendo precede una nascita e da generazioni e generazioni accade e si ripete, penserebbe di trovarsi di fronte ad una morte atroce.
E invece…
Da quando è cominciato questo periodo drammatico ogni giorno sono nati tanti bambini. Non è notizia a cui si dà molta importanza, eppure scrisse Tagore “Ogni bambino che nasce ci ricorda che Dio non è ancora stanco degli uomini”.

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Photo by Hu Chen on Unsplash

Dobbiamo ammetterlo: siamo stati colti di sorpresa. Nessuno si aspettava un tempo come questo. Nessuno poteva neanche lontanamente immaginare di vivere una pestilenza. Tutte le nostre certezze si sono sgretolate e il senso di precarietà ha preso il sopravvento. Tutto quello che non volevamo vedere, tutto quello che ogni giorno cercavamo di cancellare dai nostri sguardi si è improvvisamente mostrato a noi senza più filtri, e ne siamo rimasti sconvolti.
Quello con cui stiamo facendo i conti è davvero un dolore grande. Perché ha a che fare con tutte le nostre paure più profonde e nascoste. E col grande rimosso dei nostri tempi: la morte. Siamo passati dal cercare di far finta che non esistesse al fare ogni giorno brutalmente la conta dei caduti.
Il problema, se andiamo davvero a vedere, non è certo la morte in sé, ma il fatto di non conoscerla per niente, di non averla mai indagata, di non aver mai preso coscienza della nostra reale verità: noi non sappiamo chi siamo e non conosciamo il nostro destino. E di certo, non conosciamo la morte.
Questo è un altro mistero che i poeti hanno da sempre indagato. Come Walt Whitman, che scrisse “Il minimo germoglio mostra che la morte non esiste, / e che se mai esiste, essa indusse alla vita, e non attese il termine per fermarla, / e non cessò l’istante che apparve la vita. / Tutto continua e procede, mai nulla s’annulla, / morire è ben diverso da quanto alcuno pensava, e molto più fausto”.
È certo che la nostra presenza in carne nervi e ossa su questa terra è destinata a trasformarsi, ma cosa ci ha convinti che con la morte del corpo fisico finisca anche la nostra vita?
Forse un eccessivo attaccamento alle cose materiali, l’immedesimazione con la nostra parte fisica, forse l’aver del tutto smarrito ogni conoscenza del mondo invisibile. Curioso che poi proprio qualcosa di invisibile ci ricordi la nostra realtà.
Allora forse c’è completamente da rivedere il nostro sguardo. Del resto “Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana”. (Pierre Teilhard de Chardin).
Come affrontare allora questi tempi, che ci vedono chiusi in casa, reclusi, e inesorabilmente di fronte a noi stessi?
Intanto cominciamo con una riflessione: questa condizione di ritiro, che ci è imposta, è stata nel corso della vicenda umana più volte ricercata. Poeti, come Emily Dickinson, eremiti, grandi santi, mistici di ogni tempo…
C’è forse un segreto in questo ritirarsi dal mondo. Forse c’è una possibilità. Forse potremmo davvero far maturare questo tempo come maturano i frutti. Forse è nella prova che misuriamo chi siamo e cominciamo a comprenderlo. Forse si può imparare un nuovo modo di accogliere quel che accade, di accogliere la vita. La nostra quotidianità.
Sarebbe già utile cercare di rendere sacro ogni piccolo gesto quotidiano, come ci invita a fare la poetessa Chandra Livia Candiani “Essere laicamente religiosi, cioè avere una visione sacra della vita (…) Inchinarmi al tè del mattino, al frutto, al bucato, alle pentole, al telefono che suona, farmi trovare pronta… allora quando arriverà la morte, forse sarò un po’ meno impreparata, un po’ più verso: “Sì? Devo venire? Mi hai chiamato?” Ma che vuol dire questo percorso se non essere inchinati verso il nostro male, sentirlo, interrogarlo, perché è l’unica misura di ascolto del male dell’altro. E allora nasce il bene, in quell’accoglienza senza discussione che fa il respiro, che trasporta in noi il mondo e trasporta noi nell’aria del mondo”.

Possa allora questo tempo fare breccia nei nostri cuori. Si torni all’essenziale e alla ricerca della verità. In mezzo a tutta questa sofferenza, al dolore di molti, al dramma di chi perde familiari, amici, persone care senza poter dare un saluto, al lavoro di chi sta mettendo tutte le proprie conoscenze, forze e abilità al servizio di tutti ma vede a volte vani i propri sforzi, sente tutto il proprio impegno non sufficiente, in mezzo a tutto questo occorre avere una profonda compassione.
Ora più che mai è urgente sentire l’altro dentro di sé. Dobbiamo desiderare come mai abbiamo desiderato che nessuno si senta solo e abbandonato. Dobbiamo desiderare sopra ogni cosa che non manchi la forza a chi sta lottando. Tutti insieme. Tutti uniti in un unico desiderio, un unico canto. Chi sa pregare preghi, offra le sue preghiere per gli altri. Non preghiamo per noi, per la nostra salvezza personale. Si preghi per la salvezza degli altri con forza e fede. Se lo facciamo tutti, tutti siamo l’altro di qualcuno.
Chi sa meditare, pratichi la meditazione e la offra per la salvezza degli altri. Chi sa cantare canti per il bene degli altri. I poeti innalzino inni e li offrano per il bene di tutti. Chi fa il pane lo faccia offrendo ogni suo gesto per la salvezza di tutti. Ognuno offra quel che ha, quel che può, con la forza del desiderio, della volontà, dell’intenzione.
È tempo di credere all’inaudito. È tempo di credere ai miracoli. E che noi siamo lo strumento attraverso il quale i miracoli si compiono.
Del resto siamo a un bivio. Prima di essere colti da questo dramma molti di noi dicevano: “non si può andare avanti così”, ma l’abbiamo già dimenticato e vorremmo ora tornare a quel tempo che in verità tanto ci turbava e rubava i sogni. Il tempo al quale vorremmo tornare è un tempo di violenza, razzismo, odio, femminicidio, disastri ecologici, differenze sociali ed economiche, rifiuto della bellezza, adorazione del male, individualismi sfrenati, abusi di potere… e potrei continuare. Allora non è desiderabile tornare a quel tempo, ma cogliere questo tempo per non tornarci più! Come dice Guidalberto Bormolini, monaco e antropologo (la voce più illuminata che ho sentito in questi tempi bui): “Siamo a un bivio. O apriamo gli occhi e superata l’emergenza nasce un Paese migliore, o seppelliamo definitivamente la nostra umanità. Il rischio c’è, bisogna essere realisti, ma per me la speranza è sempre più forte di qualsiasi ipotesi apocalittica. Questa secondo me è la grande occasione che ci è data di capire che quando c’è un problema, come diceva Don Milani, o se ne viene fuori tutti o neanche qualcuno. Ho sentito dire “il bene comune deve prevalere sul bene dell’individuo”No, non mi piace: il bene comune è la forma migliore per tutelare ogni individuo. È un modo più nobile di esprimerlo. Dopo anni di individualismo, questo momento ci sta insegnando che l’unico modo di uscire da una crisi è il bene comune. Non lo abbiamo applicato durante la crisi economica, forse possiamo farlo adesso”.

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Quello che c’è qui, ora, presente, quello che ci è dato da vivere è quanto dobbiamo affrontare, conoscere, comprendere, superare. Questa è la nostra realtà al momento. È dolorosa, lo so. È spaventosa. È frustrante.
Ma ribellarci a lei non la farà svanire. Negarla non servirà a nulla. Polemizzare, screditare chi sta cercando con tutte le sue forze e gli strumenti a disposizione di arginare i danni, non risolverà il problema.
Forse la cosa più saggia da fare è fermarsi.
Fermarsi.
Respirare.
Sentire per la prima volta come agisce in noi il respiro. Cos’è, come si muove, prenderne coscienza.
Fare la nostra conoscenza.
E scendere più in profondità e cogliere di noi gli aspetti più nascosti, segreti. Sentire come in quella radice scaturisca l’antica forza che ci fa vivi. Percepire la sua natura. Intuirne l’eternità. E finalmente avvertire senza più alcun dubbio il legame inesorabile con ogni creatura, con ogni essere vivente. Sentirsi parte di un progetto d’amore folle, e proprio per questo meraviglioso.
Avremo a quel punto fatto esperienza della vita in maniera più profonda. Allora, forse, avremo anche qualche strumento in più per indagarla, nel suo fitto mistero.
È la più grande occasione, è l’occasione della vita.
Ci è data la possibilità straordinaria di fare il primo passo verso un salto di coscienza, un passo verso l’infinito.
Un passo verso l’amore.

Massimiliano Bardotti

Massimiliano Bardotti

è nato a Castelfiorentino nel 1976, dove vive. Poeta e performer è curatore per la regione Toscana della Collana Poetica Itinerante di Thauma edizioni. Nel febbraio 2011 con Thauma è uscito il suo libro Fra le Gambe della Sopravvivenza finalista a: Premio Mario Luzi, Arezzo Poesia Sergio Manetti, Premio città di Sassari, Premio letterario internazionale Sulle Orme di Ada Negri e Premio di poesia Annuario; terzo classificato al Premio Città della Spezia e vincitore del Premio città di Manfredonia Re Manfredi.
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