Dalla Toscana a Berlino, conversazione con Chiara Doveri, “fotografa di famiglia”

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Chiara Doveri vive e lavora come fotografa a Berlino da 7 anni. Una storia di migrazione che parte con un Erasmus in Gran Bretagna e si ferma – per ora – nel cuore dell’Europa.

A leggere le statistiche, la Germania è una delle principali mete della nuova emigrazione italiana. Qual è la tua storia e perché hai scelto di vivere e lavorare a Berlino?
“Ho studiato scenografia a Firenze e la specialistica di fotografia all’Accademia di Brera a Milano e da lì ho fatto l’Erasmus in fotografia in Inghilterra. Ero al college per scrivere la mia tesi sulla storia della fotografia, sulla storia della famiglia nell’arte e nella fotografia, e qui ho conosciuto un ragazzo tedesco, Daniel, che adesso è mio marito. Un incontro molto positivo, direi! Ho deciso di seguirlo perché lui doveva terminare i suoi studi e così ho deciso di scrivere la mia tesi qui in Germania. Siccome eravamo entrambi studenti squattrinati, senza soldi e senza lavoro, abbiamo guardato un po’ dove poteva esser meglio la vita all’inizio e abbiamo deciso per Berlino, vista l’internazionalità della città. Di Berlino si sentiva sempre parlar benissimo e quindi siamo arrivati qui sette anni fa.

Mentre ero in Inghilterra ho fatto la mia tesi sulle famiglie nella fotografia e ho fatto anche un progetto pratico: un reportage su una famiglia con tre bimbi con cui ho abitato per due mesi. Li ho fotografati tutti i giorni. Avevo dieci rullini e ho raccontato questa famiglia con la fotografia analogica. E quando sono arrivata qui ho visto che questo tipo di fotografia, che per me era stato solo un progetto personale, poteva diventare un lavoro e poteva anche andare bene visto che in Germania la fotografia di famiglia è un ramo già avviato e c’è molta richiesta.

Io non sono un cervello in fuga, anzi. Adoro l’Italia e soprattutto la Toscana. Quando mi chiedono da dove vengo mi viene sempre da dire “Toscana”, invece che Italia. Avevamo valutato l’idea di vivere in Italia, ma Daniel ha studiato filosofia e abbiamo visto che senza parlare bene l’italiano sarebbe stato difficile per lui trovare lavoro e poi la fotografia di famiglia in Italia non esisteva ancora, o almeno era così sette anni fa…. sembrava solo fotografia di matrimoni e quindi abbiamo scelto Berlino”.

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Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato e quello che è stato più facile del previsto?
“Forse è un cliché, penso risaputo, ma la cosa più difficile è stata di sicuro la lingua. Anche perché io non ho studiato tedesco e non lo avevo previsto… cioè non ho mai pensato di venire a stare a Berlino o in Germania. In più non ho mai avuto questo “amore” per la lingua tedesca in generale. Sai quando, da italiana, senti quelle lingue che ti ispirano e ti dici “Oh che bello!” e vuoi impararle? Ecco, io sono arrivata qua senza sapere niente. Ed è stata un pochino dura all’inizio. Considera che i primi sei mesi ho vissuto a Magdeburg, che è la città dove Daniel ha finito di studiare… e non è Berlino! È parte dell’ex DDR, per il 90% distrutta dalla guerra. Col fatto che non ero all’università e che stavo scrivendo la mia tesi da casa, mi sono trovata al corso di tedesco con signore invece che ragazze, la maggior parte russe e fra di loro parlavano in russo. Nessuno palava inglese e mi sono trovata un po’ in difficoltà però poi, da quando siamo venuti a vivere a Berlino, per me è stata la svolta. Nonostante abbia continuato a studiare tedesco, diciamo che col mio tipo di lavoro si può lavorare anche solo con la lingua inglese. Il tedesco serve e aiuta, ma qui a Berlino non ho ancora trovato qualcuno che non parli inglese, quindi su quello mi sono trovata benissimo. Oltre alla lingua quello che trovo difficoltoso ancora oggi è stare lontano dalla mia famiglia perché comunque ho un bimbo di un anno e mezzo e quindi vedo la differenza. Mi ricordo un po’ com’era la mia infanzia in Toscana, in campagna con i cugini, gli zii, i nonni, tutti. E questa cosa mi manca e mi dispiace che non offrirla al mio bimbo. Per il resto, secondo me, Berlino è una città fantastica, assolutamente “a prova di bimbi e famiglie” e si sta benissimo”.

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Spesso i soggetti dei tuoi scatti sono famiglie, bambini, ritratti in una intimità densa di amore. Come lavori, come riesci a entrare in uno “spazio” così privato e a tradurlo in immagini?
“I soggetti delle mie foto sono principalmente bimbi e famiglie, infatti sono una “fotografa di famiglia”. Fotografo anche nascite, durante il parto. Come si raggiunge questa intimità? Diciamo che io sono sempre stata interessata all’infanzia, ho sempre voluto far qualcosa con i bimbi. Durante l’università studiavo scenografia, ma mi interessava di più la scenografia teatrale per i bimbi, mi interessava l’illustrazione e tutte queste cose. Ero in cerca di una forma d’arte che potesse andare d’accordo con la mia passione per l’infanzia. E non la trovavo all’inizio. Poi durante l’Accademia ho scoperto la passione per la fotografia e da subito è venuto quasi automatico fotografare bimbi. E diciamo che è un po’ strano, perché è difficile farsi i complimenti da sole senza sembrare arroganti, però penso che uno dei miei punti di forza sia come riesco ad interagire con i bimbi. Per ora non mai trovato difficoltà. I bambini si accorgono che sto volentieri con loro, e anche i genitori se ne accorgono, e l’atmosfera diventa subito più rilassata. Poi io sono molto molto informale, quindi non sono la fotografa che va a casa e fa un photo shooting, ma sono più “Arriva Chiara e si sta un po’ di tempo insieme”. E Chiara gioca con i bimbi, e Chiara è lì quando i bimbi giocano fra di loro. Li guardo, faccio le foto, si fanno due battute, si prende un caffè con gli adulti. Un sacco di volte metto via la macchina fotografica e gioco io stessa con i bimbi. È una situazione veramente informale: è un po’ come se fossi un’amica che va a trovare la famiglia. Nelle foto che “vengono bene” si vede che il rapporto fra la famiglia e il fotografo ha funzionato, che non c’era troppa vergogna o un blocco. Io sono una persona molto timida, introversa, e questa timidezza mi ha reso una grande osservatrice, ma sono anche molto autoironica. Autoironia e osservazione funzionano sempre con i bambini e con le famiglie quando mi “intrufolo” in casa della gente. Questo mio osservare, questo parlare tanto, questo interessarsi genuinamente della famiglia e allo stesso tempo mai parlare della macchina fotografia è un po’ il segreto per fare un buon photo shooting. Non si parla mai delle foto “Mettiti qui, mettiti lì” ecc., ma si parla della vita privata, cosa piace ai bimbi, cosa hanno fatto a scuola, qual è il loro gioco preferito. All’inizio ci sono sempre quei cinque minuti in cui tutti si devono rilassare, io per prima, ma poi diventa tutto “vita quotidiana”: i bimbi giocano, litigano, fanno il bagno e io li fotografo.

Per le foto dei parti invece incontro sempre prima la mamma, i genitori, guardo cosa vogliono e sto lì. Per tutto il tempo. Quello che è durato meno? Circa due ore, mentre quello che è durato di più ventiquattro. Sicuramente dopo l’esperienza del parto c’è un rapporto fra me e la famiglia molto più intimo che diventa anche qualcos’altro. In alcuni casi sono la prima a vedere il bimbo, prima della famiglia e qualche volta anche prima della mamma a seconda della posizione in cui sta partorendo, quindi è bellissimo e si fa sempre la battuta “Sono la prima ad averti visto!”. Tutto il mio business si basa sui clienti che tornano. Vedo le famiglie crescere e ne divento un po’ parte. Per esempio molti dei bambini che ho fotografato da neonati, quest’anno dovranno affrontare il primo giorno di scuola che qui in Germania viene celebrato con una festa, un rituale, e mi sento un po’ tipo “zia Chiara” che si emoziona quando arriva la cartolina. Li ho fotografati da neonati e ora vanno già a scuola. È molto bello”.

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Quali sono i tuoi prossimi progetti? Dove sta andando oggi Chiara?
Ultimamente oltre alle fotografie faccio anche video perché era quello che mi mancava. Nonostante io non sia una videografa, avevo la necessità di aggiungere le voci e i movimenti ad alcune delle immagini e quindi ho iniziato questa avventura e sto avendo un bel riscontro. Ma la mia grande avventura personale è stata diventare mamma un anno e mezzo fa. Si è scombussolato un po’ tutto, in modo positivo, però si è scombussolato. Soprattutto quando devo fotografare parti: sono in reperibilità per tante settimane, giorno e notte, e tutto è più difficile e c’è bisogno di tanta organizzazione. Come ti dicevo prima, è in momenti come questo che incontro la difficoltà di esser lontana dalla famiglia. Menomale che mia sorella gemella è qua a Berlino ed è la migliore persona del mondo, è come se fosse la seconda mamma di Noah, il mio bimbo, e questo mi aiuta molto. Oggi che professionalmente ho raggiunto un “livello superiore” sono contenta di condividere le mie nozioni e competenze e offro mentoring, formazione, per i fotografi che vogliono intraprendere questa che si chiama ufficialmente “fotografia documentaristica di famiglia”.

Video di Giacomo Bolzani e Giulia Caterina Massignan

Elena Mondovecchio

Elena Mondovecchio

"Ci sono versi – a volte intere poesie – / che neanch’io so cosa vogliono dire. Quello che non so / mi trattiene ancora". Ghiannis Ritsos, Esercizi
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