Le maschere italiane: i nomi e la collocazione regionale

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Frank Kovalchek from Anchorage, Alaska, USA - Couple in love at the 2010 Carnevale in Venice (IMG_9534a) CC BY 2.0  Le maschere italiane: i nomi e la collocazione regionale Venice Carnival   Masked Lovers 2010

Ogni anno in occasione del carnevale i bambini decidono di festeggiarlo con una maschera diversa: da Arlecchino, Brighella, Pulcinella, Stenterello e altre.
Fino ad alcuni decenni, le maschere più gettonate erano quelle.
Poi ne sono subentrate altre atipiche e molti bambini indossano maschere dei cartoni animati di oggi.
Le principali maschere della tradizione italiana hanno una loro storia e tradizione.

Così la maschera di Arlecchino nasce in Lombardia e precisamente a Bergamo dove divenne la più celebre maschera del Carnevale. Molte sono le leggendo legate al suo abito. Infatti si racconta che i suoi amici, a causa del suo profondo stato di povertà, gli regalarono alcune pezze ricavate dai loro vecchi costumi carnevaleschi, affinché ne potesse avere uno anche lui.

Altra leggenda vuole che la madre, estremamente povera, gli avesse cucito un vestito fatto con toppe ricavate da scampoli di stoffa dai diversi colori. Secondo un’altra versione ancora, Arlecchino era il servo di un avaro speziale che gli faceva indossare degli abiti fatti con le toppe delle sue vecchie vesti sdrucite. Il carattere è fondamentalmente scapestrato, agile, furbo e allegro. Ogni occasione è buona per mangiare, perché sempre colto da una fame insaziabile. Capace di mettere in atto i più svariati raggiri (che vengono puntualmente scoperti!), alla fine viene punito, ma perdonato da tutti, anche dal padrone!

Brighella

La maschera di Brighella, o Cavicchio, ha origine – proprio come quella del suo compare Arlecchino – nella bergamasca, ma tiene a far sapere che lui è di Bergamo alta, mentre Arlecchino di quella Bassa. Dice spesso: “mi son omo insigne ne le furberie e le più bele le ho inventate mi…”. A differenza di Arlecchino, che nella Commedia dell’Arte riveste il ruolo del servo sciocco, Bighella è un servo astuto, attaccabrighe, che sembra così devoto al suo padrone da farlo sembrare quasi indispensabile, anche se fa di tutto per un suo puro rendiconto personale. La furbizia, infatti, è il suo tratto distintivo. Dice bugie con una naturalezza fuori d al comune, truffa e imbroglia il prossimo con raggiri e trappole di vario genere, giusto per il gusto di ingannare oppure spillare denaro ai ricchi o ancora rimediare qualche pranzo succulento. Altra caratteristica è l’agilità mentale e la scaltrezza, oltre che l’essere senza scrupoli. È bravo nel cantare, suonare e ballare. Proprio come il secondo Zanni (cioè il servo della commedia dell’arte) Arlecchino, si esprime nello stesso dialetto, ma ha delle movenze più misurate e non è certo rozzo come il suo antagonista. Il suo nome deriva dal termine “Brigare” che significa “intrigo”. Viene raffigurato con il batocio (un bastone utilizzato per mescolare la polenta), che in seguito fu sostituito da una spada e un ampio borsello di pelle, attaccati entrambi alla cintura, una giacca e dei pantaloni decorati con dei galloni verdi e delle scarpe, anch’esse verdi con pon-pon neri. Aveva una barbetta con dei baffetti, una mezza maschera di colore verde e naso arcuato.

Meneghino

Meneghino o Domenichino è una maschera tipica di Milano. Si è affermato con la Commedia dell’arte del 600. Il suo nome sembra derivi dai “Menecmi di Plauto” oppure dal “Menego di Ruzzante” o ancora dai servi utilizzati dai famiglie nobili di Milano di domenica. La sua maschera è caratterizzata da un cappello a tre punte, una parrucca alla francese con una treccina e una lunga giacca marrone, con pantaloni corti e lunghe calze a righe, rosse e nere. Amante della libertà e della buona tavola, adora deridere i nobili. Saggio, non esita a prendere le difese del suo ceto sociale. Generoso, non riesce a non star fermo senza fare niente.

Balanzone

Maschera di Bologna, città della più antica università italiana. Giurista presuntuoso, mite e chiacchierone che, il più delle volte, passa con estrema facilità dall’essere notaio ad avvocato. È il personaggio serio della Commedia dell’arte, che a ogni occasione vuole mostrare a tutti la sua saccenza inesistente, elargendo consigli inutili e parlando un latino improponibile e facendo una gran confusione con gli argomenti trattati. È inoltre il personaggio più vecchio della Commedia dell’arte, dove viene chiamato anche “Graziano” o più semplicemente “Dottore” e indossa la vecchia toga degli studi di Bologna, con polsini e colletto bianchi, cappello a tesa larga, mantello e giubba. Segno caratteristico un gran pancione! Tutte le maschere si rivolgono sempre a lui per i più disparati pareri medici.

Pantalone

Pantalone è la maschera di Venezia per antonomasia e, infatti, il suo parlato si esprime in dialetto veneto. Tre sono le ipotesi più accreditate per ciò che concerne la derivazione del suo nome. La prima vuole che derivi dal nome del Santo Patrono della città, ossia San Pantaleone; la seconda che la sua origine derivi da “Pianta – Leone”, poiché proprio i mercanti usavano piantare la bandiera della Serenissima nei luoghi ove andavano ad esporre le loro mercanzie; la terza – forse anche la più accreditata – che abbia avuto origine dai lunghi pantalone che il personaggio indossa. È raffigurato con aderenti pantaloni di color nero, una giubba rossa, delle pantofole, porta la caratteristica zimarra di lana veneziana, e una scarsella che contiene naturalmente i suoi denari. Ha il volto coperto per metà da una maschera nera dal naso adunco. Pantalone rappresenta i ricchi mercanti veneziani. È un tipo avaro, avarissimo! È un vecchio vizioso, tirannico, ricurvo su se stesso, attratto dalle giovani donne e cortigiane: ciò lo porta sempre a essere in conflitto con i giovani pretendenti di queste ultime. È lamentoso ma comico allo stesso tempo, basti pensare al cognome da lui portato, “de Bisognosi”. Esso incarna in sé tutti le virtù e i vizi dei benestanti veneziani. Questa maschera attraversa indenne tutti e tre i secoli della Commedia dell’arte, comparendo in un canovaccio, destinato ad una rappresentazione svoltasi in Baviera nel lontano 1568.

Gianduia

Gianduia, o “Giovanni del Boccale”, è nato nel 1798 dai suoi due creatori, Sales e Bellone. Due sono le ipotesi attendibili di derivazione del suo nome: “Giandoja” come contrazione di “Gioanin dla doja”, dove “doja” sta come “contenitore del vino”, in lingua piemontese, oppure le sue origini sono dovute a un atto di riguardo del suo inventore, burattinaio (Sales), e i confronti del suo amico, “Gioanin d’Oja”, oppure questo nome fu messo in onore di “Oja”, una frazione di Racconigi e che è situata proprio in Piemonte. Gianduia incarna il carattere del popolo del Piemonte, gioioso, conservatore, di buon senso, con una buona dose di coraggio in dedito al dovere e alla parola data, ma anche gioviale e amante della buona tavola e soprattutto del vino: tant’è che Gianduia viene raffigurato sempre con il suo calice di vino rosso in mano, che gli conferisce un tipico colorito roseo sulle guance. Fedele alla sua compagna Giancometta, con la quale diventa il re dei Carnevali di quei luoghi, egli visita nei giorni antecedenti, ospizi e ospedali, facendo molta carità e opere di bene. La sua figura viene dipinta come un galantuomo, vestito con una giacca abbastanza lunga e orlata di rosso, con pantaloni verdi che gli giungono sino al ginocchio e un panciotto giallo. Immancabili le sue calze color di rosso, il suo codino e il suo cappello a tricorno, simbolo delle armate piemontese dell’800 – alle quali si deve l’Unità nazionale – dove è attaccata una coccarda con i colori del tricolore. Dal suo nome ha vita quella della cioccolata con il gianduia e i celebri cioccolatini “Gianduiotti”.

Stenterello

È l’unica maschera del Carnevale e del teatro fiorentino, facente orologiaio, Luigi del Buono – autore di “Sempronio spaventato dagli spiriti” – e parte della Commedia dell’arte. Inventato dall’attore e commediografo, nonché nel XVIII secolo, Stenterello raffigura il classico fiorentino di origini umili. È sempre affamato e non disdegna il vino, tant’è che spesso viene raffigurato con una bottiglia di vino cucita sui calzoni. L’iconografia tradizionale vuole che porti una giacca blu, con risvolto delle maniche a scacchi rossi e neri, le scarpe nere e una calza rossa e l’altra a strisce azzurre e bianche. Porta un cappello che sembra quasi una “Barchetta di Carta” e una parrucca con un codino. I suoi tratti distintivi sono le sopracciglia arcuate, la sua pelle olivastra e il naso arcuato e non per ultima la sua magrezza, che fa sembrare ancor di più che egli viva una vita di fatiche e stenti – da qui il nome – ; la furbizia e l’ingegno, che spesso però lo cacciano in un mare di guai. La saggezza e il suo ottimismo fanno sì che egli superi sempre le varie avversità della vita, ma ciò non gli evita di essere inseguito dai suoi tanti creditori che gli danno la caccia. Il tipico personaggio fiorentino dalla lingua lunga, ma non per questo coraggioso.

La paura gli impedisce molte volte di schierarsi dalla parte dei più deboli, come spesso vorrebbe dando vita a situazioni grottesche.

Acconciati e arricchiti da gioielli e fiocchi di vario colore. Porta in mano un ventaglio rosa. La vanitosa e chiacchierona Rosaura è stata la protagonista di molte delle commedie del Goldoni, che ne ha fatto un perfetto ritratto nella “Vedova Scaltra” e la “Donna di garbo”.

Colombina

Colombina è l’amorevole servetta di Rosaura, figlia di Pantalone, e proprio come loro è di Venezia. Furba, scaltra, un po’ vanitosa e civettuola, sa far rigare diritto il genere maschile. Con i suoi modi seduttivi e intriganti, sa far perdere la testa agli uomini – anche a Pantalone – che malgrado l’età avanzata non la disprezza affatto! Pratica e sbrigativa, con la sua vivacità e servizievolezza, fa di tutto per aiutare la sua padroncina, anche a costo di mille sotterfugi e bugie a fin di bene. Abile nel nascondere lettere d’amore da recapitare alla sua padrona, senza che il padre o altri suoi possibili amanti lo vengano a sapere, Colombina è sempre stata amata dal pubblico. Colombina è intelligente e sa che per sopravvivere in una società, come quella d’oggigiorno, si deve attingere a furbizia e sensibilità. Nella Commedia dell’arte è la moglie o la amorosa del geloso Arlecchino, che è speculare a lei in molte cose. Una figura simile a Colombina si ritrova già nelle commedie di Plauto, come una delle ancelle furbe, sempre pronta a suggerire alla padrona l’astuzia giusta. 1530, a opera degli accademici “Intronati” di Siena. Ad essa le sono stati attribuiti vari nomi italiani: Arlecchina, Franceschina, Betta, Marietta, ecc.

Pulcinella

Pulcinella è la più antica maschera della penisola italiana. Già nota al tempo dei romani è scomparsa con l’arrivo del cristianesimo per poi risorgere nel ‘500 con la Commedia dell’arte, su invenzione di Silvio Fiorillo. Questa maschera con due gobbe e il naso adunco può considerarsi la più antica maschera dei vizi e le virtù, non mai relegato ad un ruolo preciso: sulla scena è infatti, servo furbo e ozioso, oste mercante ecc. che seduto su uno sgabello di Napoli cerca di smerciare i suoi finti intrugli miracolosi con la vocina stridula, che sembra quella di un pulcino e da ciò il suo nome a passanti di lì.

Il mascheramento ha una duplice valenza: il travestimento di un personaggio delle maschere citate o di un protagonista dei cartoni animati di oggi, ma può essere interpretato in chiave psicologica come camuffamento della propria identità o finzione quando interagiamo in un determinato contesto sociale e lavorativo.

Biagio Gugliotta

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