Uomini, bestie

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Regno d’Italia, nei pressi di Benevento, agosto 1873 a Casalduni le carrozze non passavano mai, perché non era un posto di corriera. Se qualcuno ci veniva, lo faceva di proposito. Bisognava, inoltre, non venirci mai da soli, anzi possibilmente sotto scorta armata: era la regola imposta a partire dal 1861, per ripararsi da briganti e facinorosi.
Enrico era accompagnato da un manipolo di soldati e dal deputato Ambrosini, che gli si era accollato sulla strada per Salerno. Il suo compito consisteva nello stendere una relazione fotografica sui contadini del Meridione e consegnarla al segretario dell’inchiesta.
«Io vi avverto amico mio, che luoghi son mai questi. Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa. I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile!» Così andava dicendo l’Ambrosini ancora prima di mettere piede in paese, perché così si diceva a Torino e in Parlamento.
Una volta scesi bisognava prendere possesso di un’abitazione, a nome e per conto del Re, e perciò gratuitamente, e riunire gli abitanti in un punto. E quelli vennero: non per curiosità, ma per paura. Se ne stavano muti, ordinatamente in fila, nello stesso modo in cui stanno quelli che devono essere fucilati. Tra questi c’era anche un ragazzino di dodici anni o meno, col suo asino. In totale non se ne contavano più di cinquanta. Data la scarsità di presenti, Enrico stabilì di finire il lavoro in capo a qualche ora e ripartire immediatamente, nonostante le lamentele del deputato.
Il ragazzino venne fotografato per ultimo. Enrico gli si avvicinò e gli sorrise, impietosito dagli occhi grandi e scuri e dal corpo magrissimo. Per contro, quello si strinse ancora di più alla sua bestia, da cui temeva di essere separato. Non era la paura di quel giorno a tenerlo aggrappato all’animale, ma le storie di quelli che avevano vissuto massacri, che avevano visto passare armate, che avevano perso mariti e figli. Quella memoria era scritta nel suo sangue, più vera del muro a cui era addossato – pronto per la fucilazione – e degli alberi che lo circondavano. Non sarebbe morto solo, se gli toccava in sorte.
Enrico tornò al suo posto, più angosciato che mai. Non poteva fare nulla per lui. Cercò solo di sbrigarsi, di preparare il necessario e scattare, dimenticando qualunque prescrizione di natura tecnica. Un soldato gli si avvicinò offrendosi di sparare all’asino, che gli sembrava d’intralcio in tutta quella storia.
Colto alla sprovvista, Enrico non rispose subito. Aveva pena per quel ragazzino, per il deputato Ambrosini disteso sotto un albero a occhi chiusi, per i soldati dell’Esercito Regio e soprattutto per se stesso, per la sua ingenuità. Lui davvero non si era reso conto di come stavano le cose quando aveva accettato l’incarico. Guardò il soldato e disse che no, non bisognava ammazzare l’asino.
Si chiese se quel gesto potesse significare qualcosa per quei contadini, chiusi in un silenzio ostinato; si chiese se la vita di una stupida bestia smagrita e malata, tormentata dalle mosche, fosse in qualche modo più desiderabile di altre. Nessuno si mosse.

Enrico scattò la foto, e gli uomini furono liberi di andare.

Azzurra Mangani

Azzurra Mangani

Come diceva Walt Whitman, anche io contengo moltitudini. Eccone alcune: empolese, archeologa, attivista, curiosa, scrittrice, figlia unica, viaggiatrice, solitaria. Ho fatto il drag king per un giorno e conosco qualche parola di geroglifico e di ittita. Un'ultima cosa da sapere su di me: mi piacciono moltissimo i gatti, in particolare quello di Pallas.
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