La stanza

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«È bellissima questa stanza».

Tu non c’eri, ma sono queste le parole esatte. Gabriele è entrato, ha socchiuso la porta e ha detto proprio così. Si è guardato intorno, curioso, ha oltrepassato quella vecchia sedia rossa e per poco non è inciampato in tutti i fogli sparsi sui tappeti. Poi si è fermato.

La prima volta che sono entrato qui, quando l’opera doveva ancora cominciare, era poco più di un magazzino abbandonato con dentro una vecchia Singer per cucire. C’erano un tavolo, uno specchio molto pesante, e un grande armadio bianco. Per prima cosa ho chiamato il falegname e gli ho detto che quell’armadio doveva sparire. Lui è venuto e l’ha smontato pezzo per pezzo; da ultimo l’ha ricomposto, esattamente com’era, nel ripostiglio che gli avevo indicato.

Poi ho cominciato a cercare informazioni sull’isolamento acustico: prima di allora non conoscevo che la parola, e quello che si sente dire sulle confezioni delle uova. Ho studiato la propagazione delle onde sonore, i materiali, tutti i prezzi e i colori che sono riuscito a trovare navigando su internet. Solo all’avvicinarsi dell’estate ho scoperto una fabbrica di materie plastiche vicina a casa: sono andato avanti e indietro, i pomeriggi dopo il lavoro, riempiendo di poliuretano espanso la bauliera e i sedili della macchina. Un venerdì, l’ultima volta, ho portato un foglietto con le misure e ho scelto il rivestimento per il soffitto.

Era giugno, c’erano gli esami all’università. Eppure l’unica cosa su cui riuscivo a concentrarmi era che non mancava molto, che dovevo far presto. Sulle scale ho appoggiato gli strumenti di cui avrei avuto bisogno: i tubetti e la pistola del silicone, le forbici, i guanti. La finestra non esisteva più: ci avevo già inchiodato sopra un rettangolo di compensato; il tavolo, lo specchio, nemmeno quelli esistevano più.

Tu non puoi saperlo, perché non c’eri. Non è stato semplice trovare un silicone con una presa robusta; all’inizio mi hanno consigliato una tremenda pasta color ocra, densa, con cui mi sono impiastricciato persino i capelli. Ho lavorato al chiuso e al caldo, in silenzio, per giorni.

Una notte mi sono guardato intorno e ho visto che ero arrivato alla fine: le pareti erano grigie e soffici. Avevo coperto ogni centimetro di muro, anche il più piccolo spiraglio; mi erano rimaste solo le prese elettriche, che avrei dovuto usare. Mi sono seduto al centro del pavimento, soddisfatto di me, e ti ho immaginata quando avresti visto la stanza. Ho sorriso come se tu in quel preciso istante mi stessi davvero abbracciando e baciando e baciando e abbracciando, e non fossi presente nella mia immaginazione. Per la prima volta ho ammirato quello spazio completo, pieno delle nostre attese. Ho avuto la certezza di essere felice.

Questa stanza è il risultato di una nostra conversazione di qualche anno fa, mentre tornavamo da Torino. Tu mi avevi detto che l’avresti voluta; io, mentalmente, avevo annotato un altro tuo desiderio da realizzare. Due giorni fa Gabriele è entrato e ha fatto qualche passo, incuriosito.

«È bellissima questa stanza».

Io l’ho guardato storto e gli ho detto di non toccare niente; dopo qualche minuto l’ho spinto fuori. Tutto ciò che si trova al suo interno è nostro: è quanto hai abbandonato il giorno in cui mi hai detto che non saresti tornata. Questa stanza ha un significato ed è per questo che ho deciso di tenerla sempre chiusa a chiave. Eppure, in un certo senso, non esiste. È come te e me, priva di coordinate nello spazio, orfana di tutte le latitudini.

 

Il testo è la versione rivista e ridotta di un brano in concorso al Premio letterario nazionale “Danilo Chiarugi” di Ponsacco nel 2010 e risultato tra i premiati.

 

Azzurra Mangani

Azzurra Mangani

Come diceva Walt Whitman, anche io contengo moltitudini. Eccone alcune: empolese, archeologa, attivista, curiosa, scrittrice, figlia unica, viaggiatrice, solitaria. Ho fatto il drag king per un giorno e conosco qualche parola di geroglifico e di ittita. Un'ultima cosa da sapere su di me: mi piacciono moltissimo i gatti, in particolare quello di Pallas.
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