Sopra una poesia di Eugenio Montejo

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Copertina del libro Tropico del Cancro su appunti e fotocopie Libro Sopra una poesia di Eugenio Montejo Tropico del Cancro

Alla mensa centrale c’era una fila talmente lunga che copriva tutta la scalinata. Adele se lo sentiva che c’erano arrivati troppo tardi e che ci sarebbe stato un casino pazzesco. Non era la situazione ideale per una che soffre d’ansia, ma ci aveva fatto l’abitudine, senza contare che aveva parecchia fame. Quello era sicuramente colpa della biblioteca di storia e filosofia, in cui c’era l’ennesimo casino e bisognava arrivarci alle otto per prendere un posto a sedere o farsi amici i vari boss delle scrivanie per sperare di avere le consuete agevolazioni. In pratica, di settimana in settimana il gioco delle alleanze cambiava, ma se nel proprio posto – dopo averne faticosamente ottenuto uno – si trovava un certo libro, il messaggio in codice era chiaro.

Adele tesoro, anche oggi ti sei guadagnata una sedia nella biblioteca più affollata e ambita dell’università… Lucky you. Il libro che Adele aveva scelto come contrassegno personale si intitolava Tropico del Cancro.

Alla mensa non era possibile parlare del più o del meno in santa pace, per il semplice fatto che almeno duecento persone volevano farlo insieme, e sovrastare inoltre il rumore di piatti, posate, mandibole, oliere e distributore delle bibite. Il tutto doveva a sua volta avere la meglio sugli addetti, i passi, gli zaini e i cappotti lanciati, eventuali condizioni atmosferiche avverse, i rulli di trasporto e le voci di quelli dei collettivi che se ne stavano all’uscita per prendere la tua firma. La mensa non era il posto preferito di Adele – nessun posto così tanto affollato lo era – ma c’erano delle giornate in cui riusciva a godersi la situazione senza tante paranoie. Quel giorno, per esempio, le andava bene, e si stava gettando sul seitan come un’aquila, sperando in contemporanea che a nessuno venisse un altro attacco epilettico. Era successo un mese fa, ma ce lo aveva bene in mente, e non era stato bello.

A ventidue anni c’erano altre cose che non erano belle: aver smesso di fumare; aver dimenticato di scrivere alla professoressa di psicologia generale; avere un esame il 29; e soprattutto, non ricevere messaggi Whatsapp da quella certa persona. Adele non aveva fretta di riprendersi il posto in biblioteca, ci pensava Henry Miller a tenerlo in caldo per lei. Girava in giardino, col solito caffè, nella speranza che capitasse il miracolo: che lui arrivasse e desse seguito a quel maledettissimo “mi manchi” di due giorni prima. Sparato nel loro mucchio delle discussioni politiche, così, come se nulla fosse. Adele avrebbe voluto rispondere con una bestemmia, ma si era trattenuta. Aveva cercato di rispondere qualcosa di sensato e al contempo complesso nel minor tempo possibile, e al terzo tentativo non le era uscito di meglio che “mi manchi anche tu”. Sciapo, lo sapeva, ma bisognava tenere il ritmo. Poi lui l’aveva invitata a quel convegno – fortuna che non era di biotecnologie – e lei gli aveva detto di sì. In sintesi: aveva finito col maledire se stessa invece di lui, l’uomo impossibile, il bello scienziato siciliano con la famiglia problematica.

Adele si disse che stava sprecando tempo – con lui Adele, con lui, mettitelo in testa – ed entrò in biblioteca. Un giro sulla destra, un corridoio in fondo, un’imprecazione fra i denti per le dispense di storia, e poi lo vide. Non riusciva a crederci. Dopo lo sbattimento infinito degli ultimi due mesi il suo posto era occupato da un’altra ragazza, che aveva gentilmente accantonato i suoi averi in fondo al tavolo. Si avvicinò, allibita, e restò un minuto in piedi, senza dire nulla. Il boss della scrivania, tale Sirio, la guardò e le fece cenno. A quel punto Adele si sentì dire che era venuto un ragazzo, aveva preso il suo Tropico del Cancro e lo aveva messo via, per sostituirlo con un altro libro. Così, senza dir niente a lui. A quel punto il posto era diventato ufficialmente vacante, e una matricola ne aveva approfittato.

“Sai” disse Sirio “è un po’ come il cuculo che va a deporre le uova nel nido di altri uccelli. Ormai è successo, non ci si può far nulla”.

Adele richiuse la bocca e si diresse dalla matricola. Dopo averle fatto tap tap sulla spalla, le chiese se potesse darle il libro che aveva trovato sul tavolo, e questa le consegnò il volume con un gran sorriso. Era una raccolta di poesie di Eugenio Montejo. Nella sua testa ci furono quei quaranta secondi di niente di cui cantano i Verdena, poi cominciarono le domande: avrebbe dovuto conoscere Montejo in qualche modo? Era uno scherzo? Chi era il ragazzo che le aveva fatto il regalo? Si sedette in giardino, invocando per sé la calma dei monaci buddhisti prima di aprire il libro. C’erano subito quattro righe scritte a mano, e dicevano:

La Terra girò per renderci più vicini,

girò sul suo asse e su di noi

finché finalmente

ci ricongiunse in questo sogno

Adele spalancò gli occhi, perché non era una da reazioni tiepide. Poi si accorse che qualcuno si era avvicinato, e cominciò il solito scanner istantaneo a partire dalle scarpe fino ad arrivare al volto. Fu tutto talmente veloce che non riuscì a digerire la rabbia di aver perso il posto a sedere, lo sorpresa della poesia e lo shock di trovarsi davanti il bel siciliano, tutto sorridente come uno che l’ha appena combinata e va a sincerarsi di aver fatto centro. A quel punto il seitan fece un balzo nella sua pancia e incontrò il caffè di dieci minuti prima. Adele restò immobile, con la bocca chiusa. Il libro finì sul prato e un gattone rosso che passava di lì si avvicinò e cominciò a morsicare la copertina.

Azzurra Mangani

Azzurra Mangani

Come diceva Walt Whitman, anche io contengo moltitudini. Eccone alcune: empolese, archeologa, attivista, curiosa, scrittrice, figlia unica, viaggiatrice, solitaria. Ho fatto il drag king per un giorno e conosco qualche parola di geroglifico e di ittita. Un'ultima cosa da sapere su di me: mi piacciono moltissimo i gatti, in particolare quello di Pallas.
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