Soltanto Francesco

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Mi fermarono alla fine della scala, senza farmi uscire nella corte. Era freddo, ma non mi avevano usato la cortesia di una coperta nella cella e non l’avrebbero fatto ora. Stavano aspettando di mettermi il sacco con la croce, poi mi avrebbero portato per le strade di Palermo come penitente e rinnegato. Qualcuno dei paesani più ferventi mi avrebbe sputato addosso, e qualcun altro si sarebbe fatto il segno della croce. Più di una volta, per esser sicuro di tenere lontano il diavolo.

Prima di uscire c’era da finire qualche carta sul mio conto. Mi lasciarono nella stanza delle vecchie carceri, al piano terra. Lì c’ero stato tre mesi fa, insieme a cinque altri prigionieri che non avevo più visto. Intorno a me si muovevano tutti gli spagnoli dell’Inquisizione e i siciliani che lavoravano al palazzo per pulire le latrine, sistemare le stanze, imbiancare i muri. Era un ricambio continuo, un formicolio. Avevo visto passare secchi, cavalli, fieno, acqua, travi di legno, libri e carte; gente ebrea, musulmana, siciliana, carne e ossa di donne e uomini, stracci e abiti ricamati. Per l’Inquisizione e per il fuoco non c’era differenza.

Mi trovavo al pianterreno perché avevo abiurato ed ero stato riammesso fra quelli che potevano vivere. Avevo passato il mio pezzo di coccio a un uomo molto più istruito di me e più bravo a grattare il muro della cella. A lui piaceva disegnare santi, a me no: io avevo lasciato sulla parete la storia di una grande battaglia. I primi giorni, mentre scorticavo, sapevo di essere il pescatore Francesco Mannarino, nato a Sant’Erasmo, fuggito da una nave di pirati per tornare a casa e a casa imprigionato senza motivo. All’inizio volevo resistere.

Poi la notte e il giorno si erano confusi, e io avevo quasi dimenticato chi ero. I volti dei torturatori avevano finito col sembrarmi familiari. Mi ero sorpreso a credermi quello spagnolo o in quell’altro, che mi chiamava per nome dopo il suono della campana, che mi slogava le braccia, che scriveva per filo e per segno ogni parola per spedirla all’archivio di Madrid.

Nessuno aveva voluto intendere che ero stato rapito dai pirati a 13 anni senza sapere che sorte fosse toccata a mio padre. Non si capiva che mi avevano tratto schiavo e portato a Biserta, in Tunisia, dove mi aveva comprato un uomo per conto del padrone che andava per mare. L’Inquisizione non avevo sentito che la mia conversione all’Islam era stata forzata, e che avevo passato anni in schiavitù su una nave?

Arrivò il giorno della liberazione. I cancelli del palazzo si aprirono per me e per altri due, tutti nel sacco benedetto. Presi la stoffa e guardai la croce, chinando il mento su di essa. Per quella ero stato imprigionato e torturato. Per la fede di Maometto ero stato rapito e fatto schiavo. Dove stava la differenza?

Non so cosa pensassero quelli che erano con me; non so se si affidarono davvero a dio mentre camminavamo per le strade di Palermo. Avevano gli occhi bassi e piangevano, mentre io cercavo di bermi il cielo e il mare. Anche il primo giorno che arrivai allo Steri mi lasciarono al pianterreno, in attesa di conoscere l’accusa. Altri si lamentavano e piangevano, io correvo con lo sguardo in ogni dove. Avevo paura come quando mi rapirono e come quando scappai dalla nave. Avevo paura, ma poi lessi sul muro un graffito grande e rosso; diceva: “coraggio”. Lo guardai a lungo. Abiurai quasi subito, persino prima di entrare in cella: nessun dio da quel giorno, soltanto Francesco. Soltanto Francesco.

 

Il racconto è ispirato a una storia vera. Tornato a Palermo verso il 1610, dopo essere fuggito durante un ammutinamento, Francesco Mannarino fu imprigionato dall’Inquisizione spagnola con l’accusa di essersi convertito all’Islam. Suo è uno dei graffiti più noti del carcere di Palazzo Steri Chiaramonte, quello della battaglia di Lepanto.

Azzurra Mangani

Azzurra Mangani

Come diceva Walt Whitman, anche io contengo moltitudini. Eccone alcune: empolese, archeologa, attivista, curiosa, scrittrice, figlia unica, viaggiatrice, solitaria. Ho fatto il drag king per un giorno e conosco qualche parola di geroglifico e di ittita. Un'ultima cosa da sapere su di me: mi piacciono moltissimo i gatti, in particolare quello di Pallas.
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