Quel giorno del primo esame in cui lasciai tutto a casa

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Gli esami non finiscono mai. Soprattutto hanno sempre un inizio, specie se ti iscrivi all’Università a 36 anni.

Di sogni nel cassetto ne ho sempre avuti tanti, ho cominciato ad aprire il cassetto e a farne uscire qualcuno: da allora non riesco più a chiuderlo. Che abbia un doppio fondo? Che, nel frattempo, si sia riempito di altri? Ma ogni sogno ha in sé un piccolo esame da superare: una prova vera o (peggio!) una prova con sé stessi. Il primo esame universitario è stato comico. Anzitutto sciagurata fu l’idea della mia compagna di allattamento di rimettere mano agli studi. Abbiamo valutato che i pargoli la sera cominciavano a dormire ad orari “normali” e che avevano smesso di fare strane e improbabili festicciole notturne con poppate, ciucci dispersi e pupazzi che cadevano dal letto a riprova della forza di gravità. Insomma: “Ci iscriviamo e proviamo a dare un esame”. In tre anni dati tutti e 21. Ma non c’è una fine se non c’è un inizio. Il primo, anzi, “il Primo” è sempre quello con cui devi rompere il ghiaccio, un rito iniziatico.

Appuntamento all’ateneo. Abitando molto fuori dal centro urbano abbiamo concordato orari di spostamento: auto, treno, metro, isolato da percorrere e controllato su streetview la sede d’esame. Il giorno prima degli esami non poteva mancare qualche gesto simil scaramantico tipo: salita in mountain bike a riprova della propria forza fisica (mal che vada posso darmi all’ippica), stirare e portare tutto a lucido a riprova delle proprie capacità domestiche (mal che vada continuo a lavare pavimenti), cucina ad alto contenuto di vitamine antiossidanti (mal che fava mi faccio un bel selfie). Telefonata ansiogena della compagna di studi che fa le ultime domande di chiarimento, i “se” e i “ma” ci sono sempre. La mattina dell’esame la sveglia potevo cantarla io al gallo. “Ho tutto” penso: borsa con gli appunti, libri dell’esame debitamente “masticati” con sottolineature, post-it che sporgono, segni a matita. Controllati i documenti, abbonamenti, telepass, pieno di benzina. “Ok, tesoro, parto.” Bacio di buona fortuna, saluto dei pargoli che ancora non hanno capito che per loro questo segnerà un destino: “Ce l’ho fatta io, figurati e non puoi riuscirci tu… quindi: studia!”.

Ecco pronta alla fermata del bus la mia compagna che ha dismesso le vesti dei riti post-maternità ed assunto gli abiti della compagna di studi. È però stranamente incerottata, mi spiega che è stata dal fisioterapista che le ha applicato una serie di lunghi cerotti perché è completamente bloccata nonché dolorante nei movimenti. Mentre con il carico di ansia pre-esame andiamo a conquistare l’Università un mondo parallelo si sta agitando.

esame Quel giorno del primo esame in cui lasciai tutto a casa Esami Il racconto

Ci ripetiamo in pochi chilometri gli step delle mappe concettuali, i fondamenti del pensiero, l’obiettivo del nuovo apprendimento acquisito poi uno squillo di telefono rompe la nostra concentrazione. Ancor prima di rispondere capisco che è successo qualche cosa dalla faccia-a-punto-di-domanda della mia compagna di studi. “È tuo marito”. Faccio una rapidissima riflessione su come dove e quando e ho tutte le risposte. Ma l’espressione del viso della mia passeggera tradisce tutti i miei pensieri più positivi: “Hai lasciato a casa la borsa e tutti di documenti. È rimasta in garage”. Noooooo… frenata e derapata, sterrato e dosso. Mi fermo con l’auto. “E adesso?? Ti porto al treno e tu vai a dare l’esame, io lo do al prossimo appello”. Risponde “No dai, riprendiamo la borsa, poi facciamo la variante, tangenziale e… ok forse per domani siamo all’Università. A dorso di mulo arriveremmo prima”. Ma la solidarietà vince: torniamo sui nostri passi a recuperare la borsa con l’appuntamento al cimitero perché il gentil consorte ci viene incontro. Già il posto non ci dà molta speranza, vediamo il nostro primo appello defunto. Confusa non capisco perché mio marito stia appoggiato alla portiera dell’auto in pigiama e con le ciabatte. “Certo che questa ansia fa veramente brutti scherzi, persino delle veggenze oniriche” penso. Ma come sempre la realtà supera la fantasia: è tutto vero, pigiama compreso! Io ho dimenticato la borsa con documenti e cellulare, lui se ne è accorto, partendo di gran carriera all’inseguimento della mia vettura in pigiama e ciabatte. Non potendo raggiungermi ha pensato di contattare la mia compagna per consegnarmi quanto necessario. Che strano trio… che buffa giornata e che lodevole voto guadagnato.

Un piccolo segreto per superare gli esami, anche nella vita? Mai affrontarli da soli, meglio tenersi stretti i compagni di banco e di vita!!

Elena Crestani

Elena Crestani

Mamma a tempo indeterminato, lavoratrice a tempo pieno, studentessa per hobby, moglie part-time (perché ho esaurito le ore disponibili…). Mi occupo da tempo di tematiche inerenti i diritti umani, con uno sguardo particolare ai più deboli. Seguo mille imprese con una propensione per quelle che fanno welfare, dove l'impresa sociale si fa prima con le persone e poi con i numeri. Per natura sono curiosa come un gatto; preferisco "le Santiago" per esplorare il mondo, ma non disdegno le décolleté per una serata glamour. Il mio motto? "Vola solo chi osa farlo".
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