Quattordici Chiodi

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Copy of Man Ray  Quattordici Chiodi Copy of Man Ray

Ecco quello che riuscii a creare a Parigi, nel dicembre dell’anno 1922. Accade così, a passeggio con Erik, parlando del più e del meno. Fu una nascita spontanea, pubblica, sbrigativa, senza complicanze; non ci fu nemmeno bisogno di spingere. Il nome che scelsi per lui era davvero assurdo… Almeno quanto un orologio che dimentica di camminare o di fermarsi. Lo misi al suo posto, lo guardai.

Poiché sì, quella Parigi mi apparteneva, nei suoi monumenti grigi e nei parchi verdi, nella Senna e fino alla sommità delle cattedrali; poiché sentivo e vivevo da cittadino e da straniero; poiché l’uomo propone e dispone – della donna questo non si può dire, assolutamente – a seconda della logica, che pure è stringente. Ma anche: perché la vita quotidiana non era che un abisso di camicie stirate e di persone impeccabili; perché ogni città ha delle fondamenta nere e delle stagioni già morte; perché la follia esiste ed è da rinchiudere; soprattutto perché la sola parola libertà è tutto ciò che ancora mi esalta. Ecco, da questi movimenti io creai il dono.

Il dono non nasconde più alcuna contraddizione, ma ne fa la sua essenza. Non cerca – come l’arte buona dovrebbe fare – di darci un sollievo, una ragione di vita, un barlume di gioia dell’esistere. Non costruisce una rete di solidarietà amicale. Non veicola alcun valore.

Il dono è prima di tutto privazione e disfacimento. Questo ferro da stiro della modernità consisteva di un pericolo che io ho soltanto mostrato. Una lunga fila di colla e chiodi adesso gli fa da cerniera e il suo significato è cambiato. Il suo senso è decaduto. Sono bastati soltanto pochi minuti. Avreste ogni ragione di regalarlo a vostra moglie, adesso, ma… Oserà toccare sapendo ciò che ha di fronte? Oserà stirare sapendo di ridurre a brandelli?

Per cambiare il mondo bastano quattordici chiodi e un pizzico di immaginazione, ma di quella senza limiti. Sia chiaro: ciò che davvero amo del dono è che non perdona. Sono certo che nei negozi non si trova niente di meglio di questo ferro da stiro, sia per i corredi di nozze che per le feste comandate. Poiché una cosa è certa: ci sono oggetti puramente inutili e ce ne sono altri che possono essere manipolati e perdere il proprio destino. Oggetti di cui un giorno vi siete fidati – allo stesso modo in cui ci si fida degli amici – ma che io ho convinto a tradirvi. Non vi ricorda qualche episodio del vostro passato? Non vi sentite smarriti nei vostri doveri e nella vostra rispettabilità?

E soprattutto: che bastavano un ferro e dei chiodi per arrivare a tanto, lo so, non l’avreste mai detto.

Nel 1922 Man Ray espose per la prima volta a Parigi in una mostra personale. Uno degli oggetti – un ferro da stiro a cui erano stati applicati dei chiodi con la colla – si chiamava “Il Dono”. Esso era stato realizzato poche ore prima dell’inaugurazione e si basava sui concetti di alterazione, negazione e funzione simbolica. Il ferro da stiro chiodato – oggetto reso sia inutile che ironico – diventava metafora del conformismo, del nonsense quotidiano e della difficoltà di vivere secondo i propri desideri.

Azzurra Mangani

Azzurra Mangani

Come diceva Walt Whitman, anche io contengo moltitudini. Eccone alcune: empolese, archeologa, attivista, curiosa, scrittrice, figlia unica, viaggiatrice, solitaria. Ho fatto il drag king per un giorno e conosco qualche parola di geroglifico e di ittita. Un'ultima cosa da sapere su di me: mi piacciono moltissimo i gatti, in particolare quello di Pallas.
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