Promessa a Venezia

0

“Eccomi!”

Quando sul display del cellulare compare questo nome, non posso che rispondere in modo profetico.

Dall’altra parte la voce che sa di paese lontano, che confonde le “e” con le “i”, definendo il mio nome “Elina”. Ma va bene, a Madre Betty si perdona tutto. Quando chiama è perché dice: “La Provvidenza sta già lavorando altrove per me, quindi ho bisogno di te”. Avevo fatto una #promessa: “Quando avrai bisogno, chiama. Io verrò”. In poco tempo ci accordiamo perché il prossimo week end io la raggiunga in convento a Venezia.

Confronto velocemente i biglietti dei treni, neppure mi sogno di andare in macchina!

Ancora una volta lo zaino del Cammino di Santiago. No, il trolley neppure lo considero, è come per la macchina: uno deve valutare dove va. La Serenissima è fatta di calli e ponti, il che significa portare a braccio il peso delle cose che mi sono state commissionate.

Salgo sul treno e mi lascio alle spalle una affollata stazione centrale di Milano. E’ sempre bellissimo questo posto: carico di speranze per viaggi desiderati, abbracci all’arrivo, e baci appassionati alla partenza. A volte anche solo uno sguardo accarezza il cuore più di mille altre cose. Se questi lampioni potessero parlare, chissà di quante promesse racconterebbero…

Lascio una fredda Milano e mi tuffo nella nebbia padana. Di quelle “che si tagliano con il coltello”. “A sa ved nagot”, anzi, si vedono nella zona tra Brescia e Verona degli alberi glassati. Certo che il sole c’è, ma è ben oltre questa coltre che inzuppa anche se non piove.

Mi appisolo nel caldo del treno, lasciandomi cullare. Alla stazione di Verona accade l’inaspettato: la voce ferma dello speaker dice che chi deve andare a Venezia deve prendere il treno sul binario 1. Non riesco a rimettere assieme le idee con lucidità, perché so che il treno rimane fermo pochi minuti. Raccolgo zaino e giacca, infilo in tasca taccuino e bottiglietta dell’acqua e seguo una ragazza, dall’evidente accento spagnolo, che dice che anche lei deve andare a Venezia e ha sentito l’annuncio.

Sapendo che come accade spesso le coincidenze “non coincidono” mi affretto, anzi corro come un asino al trotto sulle mulattiere. E qui tutte le volte riscatta la promessa: “Prometto che mi rimetto a correre, a fare un po’ di moto aerobico”. Con la milza già dolorante mi trovo al binario 1, nei pressi di un… trenino. La capotreno mi spiega che è un treno locale che fa tutte le fermate e che avremmo dovuto restar sul treno di cui avevamo il biglietto. “Vi conviene prendere un altro treno, questo ci impiega due ore ad arrivare a Venezia”.

In effetti arriverei troppo tardi e il convento sarebbe già ben chiuso. Così mi viene in mente che dovrei passare la notte sotto i ponti, ma sotto ai ponti a Venezia c’è il mare… Che asina, che sono!

Insomma, mi trovo poi su un treno che da Monaco arriva a Venezia.

Sebbene il controllore ci avesse rassicurato che potevamo salire e avremmo pagato poi il biglietto in carrozza senza sovrattassa, un dubbio mi assale: “Sarà uno scippo al portafoglio?”

Nel frattempo arriva un messaggio dal meno benevolo operatore telefonico che mi avverte che non ho più credito.

Fantastico! Ho sbagliato non-coincidenza, arriverò in ritardo, tra poco sarò scollegata dal mondo e ho pochissimi contanti… Che figura da somara!!

Con il credito residuo mando un messaggio per farmi richiamare. Dall’altra parte c’è un preoccupato marito che sta già consultando la cartina del Touring per capire quale strada fare per venirmi a recuperare alla prossima fermata del treno, visto come sono andare le cose. Sento sopraggiungere il capotreno e chiedo all’ansioso consorte se abbiamo ancora dei Marchi tedeschi, dovendo pagare il biglietto al sistema ferroviario tedesco. Mi conferma: “Non abbiamo Marchi”. Con ironia me la cavo con due decine di monete europee ed inflazione stabile.

Al convento Madre Betty mi ringrazia prima per la presenza e poi per le consegne. Come ricompensa mi offre due giorni “in convento come una suora povera”.

Il freddo però è praticamente regale in quei grossi corridoi e nelle spoglie stanze. Tanto che quando respiro sembra che esca un debole sbuffo. Il luogo inquietante è la stanza della fondatrice dell’ordine, tenuto in religioso silenzio con un mezzo busto a memoria della beata che mi osserva con uno sguardo decisamente vitreo. Forse sa che certe promesse non le ho mantenute… Me ne vado con la coda tra le gambe.

Alle lodi e alla messa mattutina trovo un gran giovamento nel cantare. Sant’Agostino diceva che chi canta prega due volte, io aggiungerei che… si scalda pure!

Pranzo e cena: quel che passa il convento. Ma quando uno ha fame tutto sembra squisito. Persino il pane stantio di Santa Lucia, le cui spoglie mortali sono nella teca riposta nella chiesa a lei dedicata. Il giorno della commemorazione è trascorso già da un po’ e questo pane, mi dice la mia amica birmana che sa un po’ di cose veneziane, deve essere consumato dopo la festa. Di questo pane fatto di farina, lievito di birra, uvetta secca rinvenuta e zafferano, proprio l’uvetta rappresentano gli occhi della Santa che è venerata per la sua protezione alla vista. Sono miope, un po’ di devozione magari torna pure utile.

Madre Betty per Venezia si aggira tra vaporetti, scorciatoie, Rialto e altri ponti con sicurezza. Mi vuole fare da guida turistica portandomi “in posti diversi perché a San Marco ci sanno arrivare anche gli asini”.

Scopro, intanto, che ho ragliato nelle chiese in cui vi sono dipinti del Tintoretto e del Tiepolo. “Sì sono belli quei dipinti, sono stati bravi…”. La conoscenza della cultura e storia italiana non è una delle priorità della mia amica suora.

E’ ora di tornare a casa. Mi spiega la strada “Te capìo?”. No, mi si è guastato il GPS interno. Usciamo assieme e ci imbattiamo in una signora piuttosto adulta mascherata da pagliaccio, decisamente fuori tempo. “Hai visto come è vestita quella? È tutta strana, è vestita così tutto l’anno. Un po’ come me…”. Ride di sé con ironia e non posso che condividere.

Il treno è già lì pronto e nel ringraziarla per i giorni di condivisione mi ri-prometto che la prossima volta prenderò una guida cartacea e non mi affiderò ad una guida birmana, se mai porterò io in giro la mia amica, magari spiegandole qualcosa dei bravi pittori che abbiamo avuto in Italia! “Te capìo, ciò?”.

Elena Crestani

Elena Crestani

Mamma a tempo indeterminato, lavoratrice a tempo pieno, studentessa per hobby, moglie part-time (perché ho esaurito le ore disponibili…). Mi occupo da tempo di tematiche inerenti i diritti umani, con uno sguardo particolare ai più deboli. Seguo mille imprese con una propensione per quelle che fanno welfare, dove l'impresa sociale si fa prima con le persone e poi con i numeri. Per natura sono curiosa come un gatto; preferisco "le Santiago" per esplorare il mondo, ma non disdegno le décolleté per una serata glamour. Il mio motto? "Vola solo chi osa farlo".
Elena Crestani
Articoli di Elena Crestani (mostra tutti)
Share.

Leave A Reply