Il proiettile è uno

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hotel-corridor Il proiettile è uno uno Il proiettile è uno Hotel corridor

«Resterò il tuo rimorso».

Silvia non rispose. Chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi sulla stabilizzazione del respiro, prima, e su quella delle mani, poi. La tappezzeria verde, il letto sudicio e la persiana sfondata le si serravano intorno quanto e più della maglia, della giacca, delle cosce, dei capelli biondi incollati alla faccia. L’armadio la faceva sentire impotente, le luci volevano andarle di traverso.

Eva era nella stanza a fianco, e in quella separazione stava tutta la sua bellezza. Un anno senza vedersi, un anno senza sentirsi, un anno a prepararsi a quel giorno. Gli occhi azzurri di Silvia guardarono la pistola scarica; la mano non tremava più come prima, anche se non era completamente ferma. Si tolse la giacca. Il telefono stava ancora sulla scrivania, dove l’aveva lasciato, e la chiamata non si era interrotta. Bisognava portare con sé fuori dalla stanza quell’anno di silenzio e quei vestiti, e andare in corridoio con tutte le sue ossa, e bussare alla porta della camera di Eva con quella pistola, sapendo che esisteva un solo proiettile. E che ce l’aveva lei.

«Tu sei un’assassina o una che muore?».

Silvia non rispose. Lo specchio in fondo alla stanza rimandava il riflesso di una donna con il braccio sinistro piegato dietro la schiena. Eva le sorrise e alzò entrambe le mani: con la sinistra stringeva una pistola, e l’altra era chiusa. Si avvicinò piano piano, dolcemente. Silvia non ebbe paura, nemmeno quando furono a pochi centimetri. Sentì che altre dita forzavano le sue e che qualcosa di freddo e appuntito passava dall’una all’altra, ma che pure la mano di Eva la portava con sé sul letto, e che i suoi occhi verdi brillavano come sempre nella penombra.

Il proiettile le aveva fatto compagnia tutta la notte; Silvia era supina ma intatta. Eva invece l’aspettava sulla porta. Uscirono entrambe in corridoio, nude, il settimo piano dell’hotel era completamente vuoto.

«Dove accosto io i lidi non sono affatto diversi, ma ti distinguo bene Eva, ben ancorata alla tua riva. Piccola, smilza, rancorosa, e indovino la tua impotenza e le tue benedizioni».

Silvia caricò la pistola e la puntò contro di lei.

«Questo siamo diventate?».

«Siamo entrambe assassine, ed entrambe moriremo».

«Il proiettile è uno» Eva sorrise «chi uccide poi non vuol morire».

Allora Silvia comprese. La soluzione gli venne dai muscoli, dalle vene, dalla memoria dei tessuti e degli organi. C’era in lei la forza di tutti i cattivi, di tutti i crudeli. Abbassò l’arma ed estrasse il proiettile, facendo cadere tutto quanto per terra. Eva si avvicinò un’altra volta, dolce come lo era stata poche ore prima. Qualcosa di simile al piombo cadde giù dalla schiena di Silvia, lasciandola tramortita. Chiuse gli occhi e respirò a fondo: non era facile abituarsi alla leggerezza e alla libertà, ma ce l’aveva fatta.

Si voltò solo quando si sentì pronta. Rientrò nella stanza, si vestì e si diresse verso l’ascensore; ci avrebbe messo un po’ di arrivare. Voleva regalarle questo ultimo tempo insieme, con tutto il cuore. Voleva dirle le ultime parole non dette. Non farò di te il mio rimorso con questo proiettile. Ho trovato un’altra soluzione: saremo la materia che resiste, senza la quale non ci sarebbero artisti.

Le porte si aprirono e Silvia entrò nell’ascensore senza voltarsi. Eva la guardò andare via e non si mosse.

Liberamente ispirato a L’infanzia criminale e Splendid’s di Jean Genet.

Azzurra Mangani

Azzurra Mangani

Come diceva Walt Whitman, anche io contengo moltitudini. Eccone alcune: empolese, archeologa, attivista, curiosa, scrittrice, figlia unica, viaggiatrice, solitaria. Ho fatto il drag king per un giorno e conosco qualche parola di geroglifico e di ittita. Un'ultima cosa da sapere su di me: mi piacciono moltissimo i gatti, in particolare quello di Pallas.
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