Pelle splendida

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Ogni mattina il treno delle 8.04 proveniente da Grosseto è un macello. Tutti i pendolari dell’Empolese si riuniscono religiosamente a quell’ora per andare in direzione Firenze, salvo il gruppetto sparuto che scende alla stazione prima. Io faccio parte di questi pochi eletti che devono sopportare la calca – la porta del bagno che si apre magicamente e la borsa di quello e lo zaino di quell’altra – solo per dieci minuti. Non ho mai pensato di trovare un posto a sedere, non credo che vedrò mai la pace nel mondo e nemmeno una Firenze realistica nella serie tv I Medici. Convivo serenamente con questi e altri fatti.

Stamattina però la pace nel mondo sembrava un obiettivo meno utopico. Il treno delle 7.50 aveva maturato abbastanza ritardo per aggiudicarsi una certa fetta di lavoratori e studenti, gente che di norma prende quello dopo insieme a me. Io gongolavo in silenzio, poco lontano dalla linea gialla. Come avevo previsto, il mio angolo di pavimento tra i vagoni era almeno raddoppiato. Potevo, nell’ordine: sorreggermi, dondolare, guardarmi intorno, fare persino un paio di passi a destra e a sinistra. A un certo punto, il controllore è apparso dritto davanti a me, in una nuvola di gambe e giacconi.

«Tu ce l’hai il biglietto?».

«Sì».

«L’hai obliterato?».

Il ragazzone di quasi due metri ha fatto una smorfia, scocciato per l’investigazione mattutina.

«Sì».

«Fammelo vedere».

A quel punto persino io – la mia attività cerebrale prima delle 10 è paragonabile a quella di una Aplysia californica – mi sono accorta dello stato di tensione fra i due.

«Perché me lo sta chiedendo in questo modo?».

«Perché sono il controllore e faccio come voglio».

«E allora perché non lo chiede agli altri, perché non lo chiede a lei?».

Il ragazzone di quasi due metri col maglione grigio, le scarpe nere e un trashissimo orologio fucsia ha indicato vagamente alla sua sinistra col braccio. Lì c’ero proprio io. Mi sono guardata intorno ricordandomi che sì, ho un abbonamento A/R per ottobre e non c’è nulla di cui preoccuparsi. L’unico pensiero da mollusco che sono riuscita a formulare è stato: siete tanto carini, ma non osate mettervi a litigare adesso e soprattutto tu, controllore, non osare chiedere al ragazzo di scendere in caso non avesse il biglietto, ché si blocca tutto l’ambaradan e io devo andare a lavorare.

Non ho aperto bocca. Il ragazzo ha estratto un foglietto piegato in due dalla tasca dei pantaloni e il controllore ha borbottato qualcosa sul fatto che avesse comprato il credito di viaggio a bordo. I due non si sono più rivolti parola. Un minuto dopo il fazzoletto verde sventolava nell’aere dandoci il via libera per partire.

Mentre ero in galleria mi sono guardata intorno per bene. C’era un ragazzo asiatico con la camicia a scacchi rossi e neri, proprio alla mia destra; dietro di me un gruppetto di donne di mezz’età che si sarebbero perse in qualche ufficio della periferia di lì a poco. In fondo, verso l’altra porta, tre ragazze alte e bionde. Il ragazzone alto quasi due metri con l’orologio fucsia aveva la pelle molto più scura della mia: era la pelle di una lunga oppressione, la pelle del pregiudizio. Era diversa dalla mia. Era una pelle splendida.

Azzurra Mangani

Azzurra Mangani

Come diceva Walt Whitman, anche io contengo moltitudini. Eccone alcune: empolese, archeologa, attivista, curiosa, scrittrice, figlia unica, viaggiatrice, solitaria. Ho fatto il drag king per un giorno e conosco qualche parola di geroglifico e di ittita. Un'ultima cosa da sapere su di me: mi piacciono moltissimo i gatti, in particolare quello di Pallas.
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