L’ora di riposo

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lighthouse-riposo riposo L’ora di riposo lighthouse 1436027 640Lido di Venezia, 1959

Un’ora al giorno passava così, d’inverno, davanti alla laguna. Lì dove il fango si mescolava ai ciottoli, e dove Arianna si sporgeva dal passeggino calando le mani verso terra – troppo piccole, troppo lontane – lì stava il mare basso dell’Adriatico. Non c’erano gondole, basiliche o leoni di pietra. Non passavano grandi navi. Aurora, Giovanni e Arianna non avevano davanti altro che un lungo orizzonte sempre uguale.

Si erano fermati a una certa distanza l’una dall’altro; lei veniva da casa, a piedi, portandosi dietro la bambina di due anni e mezzo. Arianna continuava a sporgersi in avanti per avvicinarsi alle onde – troppo lontane! – e Aurora se ne stava sopra di lei, ad adocchiarla da dentro la pezzuola. Una vita da sarta le aveva fatto venire i calli all’indice e in quell’ora di riposo davanti al mare se li pungeva, li piegava un po’, e all’improvviso – ah, la camicetta della Luisa, e poi il vestito di Maria, la gonna di Carla, e tutto ciò che l’attendeva una volta rientrata a casa.

«Dorme di notte l’Arianna?».

Giovanni la guardò per qualche secondo, stringendo il manubrio della bicicletta.

«Ci sta facendo l’abitudine».

Con le mani da operaio aveva afferrato da una parte i freni e dall’altra il sellino, e si teneva sulla gamba sinistra appoggiando l’altra sul pedale. Faceva ancora troppo freddo per uscire senza sciarpa e cappotto, ma nella fretta non li aveva presi. L’ora d’aria significava vedere quelle due donne – una grande, e l’altra ancora troppo piccola – infagottate negli abiti, nella pezzuola, nelle camiciole, e da ultimo nell’aria dolciastra della sua vecchia casa. Non c’era un’altra occasione al giorno per un incontro. Si lavorava dalla mattina alla sera, e la domenica c’erano le famiglie.

«E tu?».

Giovanni la guardò di nuovo, sperando che qualcosa accadesse. Ma il riposo si era impadronito di ogni cosa: il mare sembrava placarsi ogni minuto di più, i gabbiani si erano allontanati, e persino la piccola Arianna giaceva addormentata nell’aria immobile. Il tempo si sfaldava in quella quiete. Aurora e Giovanni non erano separati dalla volontà o dalle circostanze, ma da quella sospensione nelle proprie vite.

Lei non rispose, all’inizio. Non si era avvicinata di un passo, continuava a vegliare sulla bambina e a torcersi le dita dietro la schiena. Niente poteva essere diverso da come si era stabilito. Un’ora soltanto ogni giorno, davanti al mare, per provare che entrambi erano vivi, e che l’Arianna cresceva.

«Io sto bene».

Aurora si era assunta l’obbligo di credere a tutto quel che diceva. Credeva a Santa Rosalia, alle vecchie del paese e alle parole che pronunciava. Giovanni invece credeva a tutti i silenzi che stanno dietro le parole. L’errore stava più indietro. L’ora di riposo dell’operaio, quel giorno che non erano andati al mare, gli era costata cara.

Azzurra Mangani

Azzurra Mangani

Come diceva Walt Whitman, anche io contengo moltitudini. Eccone alcune: empolese, archeologa, attivista, curiosa, scrittrice, figlia unica, viaggiatrice, solitaria. Ho fatto il drag king per un giorno e conosco qualche parola di geroglifico e di ittita. Un'ultima cosa da sapere su di me: mi piacciono moltissimo i gatti, in particolare quello di Pallas.
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