L’amnesia

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No κρίσις

Di tutti i casi con cui ho avuto a che fare nel mio lavoro, e più nello specifico durante le mie ricerche, quello di Eugenio è stato sicuramente il più penoso. Non perché il suo status clinico fosse più grave di altre persone, o il suo passato più doloroso; a lasciare un segno fu quello che mi disse poco prima dell’ultima seduta di test. Quando lo conobbi, Eugenio aveva trent’anni. Si presentò nel mio studio in perfetto orario, e dalle poche battute scambiate nei primi minuti capii che si trattava di un ragazzo ben educato, volenteroso, persino estroverso. Tutto questo, ovviamente, nei limiti del trauma che aveva subito, e che aveva compromesso per sempre la sua capacità cerebrale. Nel mio lavoro esiste una legge, detta legge di Ribot, che recita: i pazienti con lesione circoscritta ai lobi temporali mediali possono ricordare molte esperienze di un passato lontano ma poche di quello recente, e cioè dei mesi o degli anni che precedono il danno cerebrale. Se la lesione è estesa a certe altre aree, le amnesie possono estendersi fino a cancellare completamente il vissuto del paziente. Questo è il caso di Eugenio: non ricordava di aver preso parte a un’evacuazione insieme ad altre duecentomila persone, a causa della fuoriuscita di materiale chimico da un treno; non ricordava la morte di suo fratello, avvenuta per annegamento; non ricordava alcun episodio specifico della sua vita. Tutto era perduto per sempre. La sequenza di test prevedeva delle domande proprio su ciò che lui non riusciva a far riaffiorare. Chiedevo di ricordare una partita del liceo, una gita scolastica, una certa serata con gli amici, e quello che ottenevo non era che una faccia perplessa, mortificata. Eugenio rideva, di tanto in tanto, nervosamente. Ammetteva che era strano, persino stupido, non saper rispondere a cose tanto banali e personali. Poi sospirava, rassegnato, e diceva che non c’era verso. Significava che non aveva mai vissuto davvero? Come avrebbe sopportato la gravità della sua situazione? L’amnesia in qualche cosa gli era benevola. La memoria episodica durava qualche minuto prima di cancellarsi in modo definitivo. Non avrebbe ricordato le mie domande, ma non avrebbe nemmeno avuto crisi nervose o altri stress psicologici. La sua vita restava comunque divisa in due: prima e dopo l’incidente in moto. Qualche settimana prima di interrompere i test, gli chiesi come si sentiva. Aveva più o meno quattro minuti di tempo prima di dimenticare la domanda. Eugenio disse che la sua mente era simile a un paesaggio siberiano, tanto vasto quanto desolato. In quel luogo non poteva accadere niente: non c’erano attese, programmi per il futuro, e neppure emozioni durature. Non esistevano sogni. Soprattutto, disse, non poteva più compiere alcuna scelta, prendere alcuna decisione. Mi guardò in un modo che non saprei descrivere, e non disse più una parola.

Pochi istanti dopo sorrise educatamente e chiese chi fossi.

La parola “crisi” in origine indicava il processo di separazione del frumento dalla paglia e dalla pula. Da qui derivò il primo significato, “separare”, e poi quello traslato di “scegliere”, a sua volta esteso a concetti come giudizio, discernimento, processo, esito ecc.. Oggi la “crisi” è riferita quasi sempre all’ambito medico/psicologico o economico e ha una connotazione negativa: in origine, l’accezione medica era solo l’ultima di una lunga serie, e non c’erano specifici giudizi di valore.

Azzurra Mangani

Azzurra Mangani

Come diceva Walt Whitman, anche io contengo moltitudini. Eccone alcune: empolese, archeologa, attivista, curiosa, scrittrice, figlia unica, viaggiatrice, solitaria. Ho fatto il drag king per un giorno e conosco qualche parola di geroglifico e di ittita. Un'ultima cosa da sapere su di me: mi piacciono moltissimo i gatti, in particolare quello di Pallas.
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