Il Cammino di Santiago con zaino in spalla come metafora della vita

0

Ho avuto modo di intraprendere più volte il Cammino di Santiago, un pellegrinaggio spirituale che mi ha riconnesso nel mio Io, in una filosofia del camminare che è uno strumento che permette di sviluppare virtù terapeutiche sia dal punto di vista corporeo che spirituale. I miei piedi ringraziano per questo processo di formazione, soprattutto quando arrivo alla meta.

Dicono che chi intraprende il Sentiero una volta, poi ne sente la nostalgia: io ne sono testimone. Sta diventando una ritualità periodica il rimettermi in cammino, con la mia famiglia e con gli amici più cari. La fatica fisica – che, a volte, è anche fatica del vivere -, l’incertezza dell’ospitalità, la necessità di organizzare uno zaino che non deve essere pesante e che deve contenere l’essenziale, il definire le tappe intermedie per arrivare alla meta. Una metafora della vita e delle sue necessità.

cammino Il Cammino di Santiago con zaino in spalla come metafora della vita Viaggio Elena Crestani timbro sammino santiago
Quando si ci prepara per Il Cammino si impara ad essere “essenziali”. Si sa che i km da percorrere saranno molti, moltissimi, rispetto alla quotidianità, pertanto si deve partire leggeri. Qualcuno vorrebbe portare le scarpe “per la sera”, magari riposanti, qualche altro un abito leggero, altri un ombrellone nel caso di soste sotto il sole. Come dire, se ve li portate voi, pesi vostri! Ma abbiamo imparato che partire e tenere l’essenziale agevola il raggiungimento della meta. Certo che i dubbi sono sempre tanti: “Ce la farò? Dove sono le vitamine, e le anfetamine? Con quale numero si chiamano i taxi a Santiago?”. Abbiamo anche messo i tappi nelle orecchie, non solo per delle prove tecniche (dormire in uno stanzone con 40 persone, va da sé, che qualcuno russerà di notte), ma anche per non sentire le sirene, anzi, forse gli allarmi di alcuni: vi perderete, lascerete in giro in bambini, prenderete i pidocchi e anche le zecche. Ecco, anche tutto questo va lasciato “a casa”, nello zaino, per l’appunto, solo il necessario.
Tutto il resto diviene superfluo: “Fate come i corvi, procuratevi ciò che è necessario”.

cammino Il Cammino di Santiago con zaino in spalla come metafora della vita Viaggio Elena Crestani timbro cammino oceano atlantico
Siamo un gruppo coeso, al quale di volta in volta si vorrebbe aggiungere qualcuno ma il numero – 15 pellegrini in una volta sola – ci impone di resistere e rifiutare di imbarcare nell’impresa anche i più cari amici. La motivazioni sono di carattere organizzativo e poi cammin facendo le persone si mostrano per quello che sono: dei mostri, appunto. Abbiamo capito da subito che la cosa più importante è “recuperare l’acqua”, neppure gli asini camminano senza acqua. Organizzare le tappe in modo da non arrivare troppo stanchi e partendo anche prima dell’alba per fuggire al sole a picco oppure per essere certi di trovare riparo per tutti. In certe occasioni vanno bene anche una stalla, purché gli animali non si ribellino al nostro puzzo. La vera prima scoperta che abbiamo fatto è stato lo zaino. Ognuno di noi ha un mostro alle spalle: originariamente ha una forma compatta, poi man mano che cresce una forma disfatta e subdolamente ti sfiacca le reni e, se non ce le hai, ti comprime la colonna vertebrale. Ma perché alle prove di carico era solo di 8 chili ed ora sembra di 14?! La prima emozione sopraggiunge alla partenza, quanto ci facciamo mettere il “sello”, il timbro sulla nostra “credential” che testimonia il passaggio lungo la via. E poi, si parte! Ci piace farci timbrare la carta del Pellegrino lungo il Cammino, ci piace guardare le forme e ricordare la faccia degli ostellieri e baristi e sorridere per gli aneddoti accaduti. Per la strada si seguono le conchiglie, oppure le frecce. I Pellegrini hanno una meta da raggiungere, ma poi si scopre che è il viaggio stesso la meta. Sudati e carichi come muli ci arrampichiamo sulle salite e intanto si canta, si urla sulle salite per dire “sono più forte di teeee”, si prega, si pensa.

cammino Il Cammino di Santiago con zaino in spalla come metafora della vita Viaggio Elena Crestani timbor cammino2

Prima di partire mi han detto che la coca-cola scioglie l’acido lattico, in effetti avevo pensato di portarmi delle siringhe per provvedere direttamente a delle intramuscolari. I chilometri si sommano: no, non è il primo giorno, ma è la somma delle tappe che fa la differenza. Così compaiono, ad alcuni meno fortunati, le vesciche che sono sempre difficilmente domabili. Strada su strada ognuno arriva alla piena coscienza dei propri muscoli: sappiamo dove inizia il gluteo, il polpaccio, la coscia, il trapezio… anche le orecchie assumono la loro giusta percezione, foss’altro perché i lobi non dolgono. Le prove non mancano: se fa troppo caldo si suda sotto la canicola, se piove si suda sotto la cerata. Bello passare e osservare la natura e le persone: vederle da vicino e sentirne l’accento, osservare i loro panni stesi che, poi, sono come i nostri. Gesti uguali, regioni diverse, stesse aspirazioni: andare avanti nella Vita. Mi sento sempre una somara quando faccio queste banali riflessioni, così terra terra. Ma è proprio lo stare con i piedi per terra, il darmi il tempo per percorrere lo spazio che mi permette di geolocalizzarmi nel mio esistere. “Buon camino”, il saluto-augurio che ci donano (si vede lontano chilometri che siamo Pellegrini, o…si sente dall’odore?), “Ultreya” a cui si risponde “Suseya” – “avanti, in alto”. Già, si va avanti nello spazio e nel tempo ma guardando in alto, non accontentandoci del nostro essere animali, seppure evoluti.

No, non serve essere credenti, abbiamo conosciuto meravigliose persone che lo facevano per sport, oppure per una vacanza alternativa, green si direbbe. Ognuno, del resto, vive il Cammino che vuole. Non manca nulla di quello che accade nel quotidiano. Quando piove troppo – ma non può piovere per sempre – le scarpe diventano più pesanti e i vestiti non possono essere lavati perché non asciugherebbero. Il risultato è odorare in modo bestiale dalla testa ai piedi. Poi si arriva, ed in lontananza si scorgono le guglie della Cattedrale: stanchi, ammaccati, qualcuno in modo positivo dice “diversamente profumati”, ma alla fine del Cammino la solidarietà tra pellegrini ci ha resi un gruppo coeso, pieni di gratitudine per la vicinanza nei passaggi stretti della vita, per aver rubato un peso dallo zaino ed esserselo fatto proprio, per la condivisione del cibo, delle confidenze, delle lacrime dal ridere e quelle dalla tristezza, per la terra per il cielo.
Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” – Marcel Proust
Buen camino…

Elena Crestani

Elena Crestani

Mamma a tempo indeterminato, lavoratrice a tempo pieno, studentessa per hobby, moglie part-time (perché ho esaurito le ore disponibili…). Mi occupo da tempo di tematiche inerenti i diritti umani, con uno sguardo particolare ai più deboli. Seguo mille imprese con una propensione per quelle che fanno welfare, dove l'impresa sociale si fa prima con le persone e poi con i numeri. Per natura sono curiosa come un gatto; preferisco "le Santiago" per esplorare il mondo, ma non disdegno le décolleté per una serata glamour. Il mio motto? "Vola solo chi osa farlo".
Elena Crestani
Articoli di Elena Crestani (mostra tutti)
Share.

Leave A Reply