I bambini natalosi

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Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi, innamorarsi. Le scuse per non fermarci a chiedere se questo correre ci renda felici sono migliaia, e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.

Tiziano Terzani

A dicembre di tutti gli anni, i bambini e le bambine del paese di Appuntino, aspettavano con ansia che i loro genitori si ricordassero l’arrivo della festa più bella e magica di tutte: il Natale. Ma ogni anno, i loro papà e le loro mamme se ne dimenticavano! Com’era possibile? Semplice: i grandi lavoravano e lavoravano come piccole formiche, e per loro il Natale era solo una perdita di tempo.
Una quisquilia di cui puntualmente finivano per dimenticarsi, poiché priva di importanza.
A onor del vero c’è da ammettere che, in effetti, grazie al duro lavoro quotidiano degli adulti, nelle case dei bambini non mancava proprio nulla. Televisori, videogiochi, divani comodi comodi, letti spaziosi, giocattoli di ogni tipo e grandezza. Insomma, ai piccoli non difettava niente di niente. Per questo i grandi ritenevano del tutto inutile onorare una festa, la quale, oltretutto, li avrebbe costretti a fermare il loro duro e appagante lavoro giornaliero, che dava così ottimi frutti.
Sì perché, così com’era impeccabile ogni abitazione, anche l’intero paese di Appuntino lo era: strade lucide come palle da biliardo, fiori sui balconi, aiuole di bosso dalle fantasie più originali (alcune a forma di cavallo, di gatto o di dinosauro), autobus e treni talmente puliti che gli abitanti avrebbero potuto farci un picnic senza usare la tovaglia.
Insomma, era in tutto e per tutto, un luogo incantevole.
Eppure i piccoli del paese sentivano che mancava qualcosa senza il Natale, ma non sapevano spiegare cosa. Non trovavano le parole e i genitori erano troppo bravi con le parole. Se ad esempio un bambino si azzardava a dire:
“Ma mamma, perché non festeggiamo il Natale?”
La mamma prontamente rispondeva: “E perché mai?”.
E il padre aggiungeva: “Festeggeremo il Natale quando vi mancherà qualcosa, ma non mi sembra accadrà mai, perché avete tutto ciò che vi serve”.
E in fondo in fondo avevano ragione, ma forse era il punto di vista che non andava. Ma quale? I bambini non se lo sapevano spiegare.
Finché un giorno, tutte le bambine e i bambini di Appuntino, non decisero di darsi appuntamento al Vecchio Mulino, per parlare del Natale e del loro disappunto verso i genitori.
“Innanzitutto” disse una bambina dall’aria intraprendente e con delle belle trecce bionde “dobbiamo trovare le parole giuste per spiegare ai nostri genitori perché il Natale sia così importante per noi!”. Tutti applaudirono l’intrepida ragazzina, anche se nessuno di loro aveva la benché minima idea di come trovare le parole giuste. Dove si trovavano queste parole?
Nella televisione?
Nei videogiochi?
Nei libri forse? O nei vocabolari…
Non sapevano.
Se ne stavano seduti in un grande cerchio, tanti tantissimi bambini del paese di Appuntino, con le fronti corrugate dallo sforzo; ma a nessuno lì per lì saltava in testa un’idea su come spiegare ai genitori la festa del Natale.
Fino a quando, dopo tanto e tanto pensare, il più piccolo, un bambino di neanche tre anni con degli occhioni verde smeraldo e tante lentiggini quante stelle ci sono in cielo, non disse qualcosa che stupì l’intera adunata:
“Perché non ce lo festeggiamo per conto nostro?”.
Lì per lì restarono tutti ammutoliti, ma poi, quando realizzarono l’idea, applaudirono e gridarono urrà urrà a più non posso. La bambina dalle trecce bionde aggiunse che avrebbero potuto scambiarsi dei piccoli regali l’un l’altro, e passare la notte di Natale tutti insieme, a raccontarsi cose buffe e a ridere di niente.
Erano tutti d’accordo e decisi: quell’anno, il 25 dicembre, lo avrebbero passato insieme e poi, chissà, avrebbero anche trovato le parole giuste per spiegare ai grandi il senso del Natale.
E così fecero.
Il 24 sera, ogni bambina e bambino del paese di Appuntino, se ne uscì quatto quatto dalla propria abitazione, con un regalino sottobraccio incartato e sigillato con tanto di coccarda dorata, una coperta di lana e qualcosa da mangiare e da bere, come latte, succhi di frutta e bibite frizzanti.
I grandi per fortuna non si accorsero di niente: troppo impegnati a ultimare i lavori della giornata, come lucidare le pentole in cucina, spolverare vecchi ninnoli di porcellana o appaiare calzini spaiati, per rendersi conto che i loro pargoli erano altrove.
“Meglio così!” dissero i bambini una volta arrivati al Vecchio Mulino.
Distesero in terra le coperte, ordinarono al centro tutte le prelibatezze che avrebbero mangiato e bevuto, e disposero i regalini in modo da formare un grande albero di Natale di mille colori.
“Questi li apriamo a mezzanotte” disse la bambina dalle trecce bionde, e tutti sorrisero, come se una mano invisibile stesse facendo loro il solletico ai piedi.
Si sedettero e iniziarono a raccontarsi storie buffe, mentre qualcuno già addentava un biscotto al cioccolato o beveva un sorso di latte che per il troppo ridere sputava dappertutto. Un bambino narrò una storia che fece sbellicare tutti dalle risate. Subito dopo una bambina recitò una barzelletta così buffa che a molti di loro venne il singhiozzo. Si sentivano ubriachi di gioia dentro il Vecchio Mulino abbandonato, mentre fuori cadevano i primi fiocchi di neve bianchissima, e sui vetri sottili come carta iniziavano a formarsi dei cristalli di ghiaccio simili a piume disegnate da un pittore invisibile.
Eppure nessuno pensò, neppure per un attimo, al Natale o ai regali impacchettati che li attendevano.
Prima delle dieci di sera più della metà dei bambini già dormiva, mentre gli altri resistevano con le palpebre semi abbassate. Alle undici al Vecchio Mulino c’era un silenzio tale, che se fosse caduto uno spillo, sarebbe sembrato un petardo o un fuoco d’artificio nel deserto.
Fu a mezzanotte in punto che un uomo con una grande pancia, la barba lunga e bianca come la neve e un vestito rosso carminio, fece il suo ingresso al Vecchio Mulino. Camminava in punta di piedi e aveva un grande sacco bianco sulle spalle. Lo posò in terra e lo aprì quel tanto che basta per infilarci la mano e tirar fuori qualcosa di invisibile, che posò con grande attenzione al centro della stanza. L’uomo sorrise e rimase a guardare tutti quei cuccioli d’uomo addormentati, e una piccola lacrima per poco non gli attraversò gli occhi come una stella luminosa. Non aveva mai visto uno spettacolo così bello, talmente bello che pensò alla parola “gioia”. Sì, proprio alla gioia!
Scomparve e l’eco di una risata rimbalzò per tutto il Vecchio Mulino.
In piena notte la mamma della bambina dalle trecce bionde si alzò di scatto dal letto. Si guardò intorno e poi gridò così forte che il marito cadde sul pavimento.
“Cos’hai cara!?” chiese l’uomo grattandosi la testa in cerca del bernoccolo.
“Non ho pettinato le trecce di Sofia! Domattina avrà tutti i capelli arruffati!”.
La donna si alzò, afferrò la spazzola di madreperla e salì le scale per entrare nella stanza della figlia. Ma quando aprì la porta cacciò un urlo ancora più acuto che fece ricadere a terra il marito.
“Nostra figlia è sparita!”.
E non solo sua figlia.
Ben presto tutti i genitori del paese di Appuntino si ritrovarono al centro della piazza principale in cerca dei rispettivi pargoli scomparsi. Qualcuno piangeva, altri, più razionali, cercavano i loro figli armati di megafono e binocoli a raggi infrarossi. Altri ancora chiamarono i Carabinieri, e il Sindaco in persona si presentò con gli occhi ancora abbottonati dal sonno e il pigiama di pile rosso fuoco con un tenero orso disegnato all’altezza del cuore. Cercarono per tutto il paese, frugarono ogni angolo, spostarono le fioriere ormai ricoperte di neve, le panchine, si intrufolarono dentro i cespugli di bosso, scompigliarono e rivoltarono tutto ciò che era possibile rivoltare come una banda di gatti in cerca di topi. Eppure, nonostante gli sforzi, dei bambini non c’era traccia. E quando la disperazione stava ormai per impadronirsi di tutti, il sindaco esclamò: “C’è solo un luogo che ancora non abbiamo setacciato! Il Vecchio Mulino abbandonato!”.
A dire il vero, alla maggior parte dei genitori parve assurdo che i loro figli potessero trovarsi al Vecchio Mulino, un luogo abbandonato, freddo e senza alcuna comodità. Ma dato che non avevano niente da perdere, come una flotta di sottomarini attraversarono i campi aperti immersi nella nebbia e nei fiocchi di neve, per raggiungere quel luogo così isolato.
Quando raggiunsero il Vecchio Mulino però, nessuno aveva il coraggio di aprire la porta alta di legno tarlato. E se non sono neanche qui? Sembravano chiedersi l’un l’altro. Ma poi la mamma di Sofia ruppe gli indugi e aprì la porta, la quale emise un suono che a qualcuno ricordò il fruscio del vento. Tutti rimasero col fiato sospeso e immobili. Il sindaco, armato di torcia, varcò la soglia sentendosi un archeologo in un luogo sconosciuto.
Dopo un tempo che ai più parve eterno, udirono la voce del primo cittadino dire sottovoce, “Sono qui!”.
Tutti i genitori si accalcarono alla porta per vedere e un grande ohhhhh di meraviglia proruppe dalle loro gole. Lo spettacolo che si trovarono di fronte andava ben oltre ogni immaginazione. I loro figli infatti, addormentati come in una specie di accampamento di bambini sperduti, erano rischiarati da una luce soffusa e aranciata che proveniva da un punto invisibile collocato al centro della stanza e che, oltretutto, emanava un calore come di camino acceso.
Che si trattasse di un miracolo? Ipotizzò qualcuno. Tutti si guardarono e sorrisero come se avessero capito il mistero. Si sedettero accanto ai figli; un papà, nel vederli così placidi, li paragonò a piccoli angeli rinascimentali, e una mamma invece a bamboline di seta giapponese. Tra un paragone e un altro, in breve si addormentarono pure loro, come fiocchi di neve sul manto erboso.
La mattina del 25 dicembre, al loro risveglio, le bambine e i bambini del paese di Appuntino trovarono la grande sala del Vecchio Mulino addobbata con ghirlande colorate, calze alle pareti, piccoli alberi di Natale e un presepe a grandezza naturale di cartone ricoperto di muschio e neve di polistirolo. I piccoli si strusciarono gli occhi come se non credessero a ciò che stavano vedendo. Sorrisero e abbracciarono i loro genitori e insieme cantarono Bianco Natale e Astro del ciel con quanto fiato avevano in gola. Il bambino con le lentiggini e gli occhi verdi, una volta finiti i canti, disse: “Gioia… il Natale è gioia, gioia gioia”.
I bambini lo sollevarono e gridarono urrà tre volte.
Da quel giorno, tutti gli anni, i cittadini del Paese di Appuntino, al pari di una grande famiglia, festeggiarono il Natale al Vecchio Mulino insieme, riscaldati dal magico dono di Babbo Natale. E anche se nel mese di dicembre il paese risultava un po’ meno curato del solito – visto che dovevano organizzare le feste natalizie, preparare torte al cioccolato, biscotti alla cannella a forma di pupazzo di neve, costruire slitte, addobbare gli alberi – la gioia di quel giorno non solo non li abbandonò mai, ma crebbe anno dopo anno come un seme nel cuore degli uomini.

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Adamo Antonacci

Adamo Antonacci

Adamo Antonacci è nato a Firenze il 25 marzo del 1975. Dopo aver frequentato Lettere e Filosofia a indirizzo Storia e Critica del Cinema col prof. Sandro Bernardi, nei primi anni '90 realizza i suoi cortometraggi più significativi tra i quali Cinematosniff, Anima Larga e Avrei un problema. Agli albori del nuovo millennio realizza svariati cortometraggi e documentari per la Presidenza del Consiglio dei Ministri incentrati sulle adozioni internazionali, e nel 2010 dirige Ridere fino a volare, un lungometraggio comico-surreale con protagonisti Carlo Monni, Sergio Forconi e Niki Giustini. Nel 2014 diventa l'amministratore delegato della Stranemani International, un'azienda che si occupa di produzioni cinematografiche, cartoni animati e documentari, per la quale crea la mostra fotografica Divine Creature allestita presso il Museo dell'Opera del Duomo di Firenze, i Musei Vaticani e le Sale Affrescate del Palazzo di Giano di Pistoia. Nel 2018 viene pubblicato “Se là saranno i suoi occhi” raccolta poetica edita da Scatole Parlanti.
Adamo Antonacci
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