Del perché e percome dovrebbe esistere una Casa della Cultura

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Una delle utopie più interessanti che aleggiano nella mia testa riguarda l’esistenza fantasiosa di un luogo, uno spazio, quattro muri, all’interno dei quali possa avvenire della magia. Dove si possa parlare di cultura, arte e tecnologia, dove si possa condividere la conoscenza e fare dell’esperienza uno strumento di crescita sociale e comunitaria. Dove un libero cittadino possa proporre progetti da condividere con altri, dove ci si possa rimboccare le maniche per raggiungere un obiettivo comune. Dove tutte queste cose possano coesistere in armonia e cooperare insieme per creare qualcosa di più grande.

Quest’idea è nata da una valutazione piuttosto semplice: qua non ci sono spazi in cui portare avanti attività creative. Stavo girovagando in bici pensando alla possibilità di dedicarmi alla fotografia analogica, ma le attrezzature costano e molto. Sarebbe perfetto poter dividere i costi con altri appassionati come me, ho pensato. Sì, ma dove? A Firenze, come in tante altre città, esistono i FabLab. Luoghi in cui si possono condividere attrezzi e strumenti di lavoro, anche piuttosto costosi e tecnologici, che vengono acquistati attraverso il contributo economico dei soci stessi. Stampanti 3D, Laser Cut e CNC sono macchinari quasi inaccessibili per un privato, ma che trovano sempre spazio in questi luoghi di condivisione.
Insomma ero in bici e mi sono trovato davanti a una struttura affascinante, uno scheletro metallico di una vecchia serra. E lì il fulmine a ciel sereno! Se mettessimo quattro pareti e un tetto a questo relitto avremmo tutto lo spazio per creare non solo un laboratorio tecnologico e creativo. Facendo due conti veloci dentro ci starebbe tranquillamente una sala concerti, un paio di sale prova per band, una camera oscura e addirittura una sala proiezioni. Stiamo parlando di mille mq che verranno smantellati e venduti a una fonderia come ferro vecchio.
Anche se sono anni che mi interesso di architettura e costruzioni sostenibili, non sono certo un architetto o un ingengere, ma in questo scheletro ci vedo qualcosa di più, un progetto più grande che possa ridar vita e dignità non solo al luogo ma anche alla comunità di cui è parte.

Ecco allora i 7 punti cardinali su cui questo progetto dovrebbe fondarsi:

#1 – Innovazione, Sostenibilità, Partecipazione – Queste sono le 3 parole chiave che qualsiasi finanziatore vorrebbe sentirsi dire. Sì, perché adesso vanno molto di moda, ma in pochi si soffermano sul significato.
Il modo migliore per riuscire in un impresa del genere è tenere bassi i costi e utilizzare tecniche semplici che permetterebbero a chiunque di partecipare alla costruzione. La Regione Toscana è stata la prima a occuparsi di creare una normativa per l’Autocostruzione che, se unita a tecniche sostenibili di bio architettura e risparmio energetico, permettono a chiunque di riuscire nella costruzione di un edificio.

#2 – Tecnica – Esistono due metodi altamente economici ed efficienti per riuscire nell’Autocostruzione.
Strawbale – Sembra una barzelletta ma consiste nel costruire una struttura in legno o metallo completata da muri composti da balle di paglia che verranno poi rivestite con un intonaco naturale e traspirante in calce. Questa tecnica si è dimostrata molto semplice da apprendere e molto sicura da realizzare. Test dimostrano una alta resistenza alle fiamme, a eventi sismici e alla dispersione termica.
EarthBag – Anche questa tecnica richiama un po’ quella dei mattoncini Lego. Si riempiono semplicemente sacchi telati con la terra, si comprime e si realizza un muro disponendo i sacchi l’uno sull’altro. Si completa poi con una intonacatura con materiali naturali. Questo è probabilmente il metodo più economico per costruire e presenta gli stessi vantaggi delle costruzioni in paglia.

#3 – Capacità – Per delle costruzioni del genere non servono capacità specifiche, a parte un architetto che possa sviluppare un progetto appropriato. In Italia vengono svolti corsi in cantieri che sperimentano proprio l’Autocostruzione e in una settimana si apprendono tutte le tecniche basilari. Questo significa che davvero tutti potrebbero partecipare a un processo che coinvolga in primis la comunità.

#4 – Comunità – Mi viene da pensare a quale occasione formativa potrebbe essere per tutte quelle persone che al momento sono, ahimè, inattive. Disoccupati, studenti , neolaureati, immigranti e perché no, anche pensionati, coinvolti insieme in un progetto comune che dia valore ai rapporti umani e al senso di appartenenza che purtroppo nella nostra città si sta perdendo. In un tale gruppo di lavoro, così eterogeneo, si svilupperebbero anche le basi per un dialogo intergenerazionale e interculturale da cui chissà quante nuove cose potrebbero nascere. Tutto sta nel fornire gli stimoli giusti, una comunità trova in se stessa la forza per fiorire.

#5 – Entusiasmo, Attitudine, Pathos – Tutte le grandi cose sono mosse da questi tre signori. Quanti giovani con talento ed entusiasmo potrebbero approfittare dell’opportunità di una Casa della Cultura? Sarebbero proprio loro a dare la spinta con nuove idee e la voglia di attuarle. L’attitudine e l’organizzazione dovrebbero mettercela i più grandicelli che, forti della maturità acquisita potrebbero incanalare l’entusiasmo dei giovani e aiutarli nel costruire progetti durevoli e congruenti. Il pathos, le nostre vere radici, sarebbero da ricercare nella memoria degli anziani, che in questo senso sarebbero fonte di grande esperienza e punti di riferimento per una plausibile autogestione degli spazi. Più o meno è quello che accade già adesso in una qualsiasi Casa del Popolo.

#6 – Economicità – Per un progetto del genere, i costi più alti sarebbero quelli burocratici, ipotizzando che un’amministrazione comunale possa mettere a disposizione della comunità uno spazio su cui realizzare la costruzione. E non dovrebbe essere un’ostacolo insormontabile per un’amministrazione che sappia il fatto suo. La cosa interessante è che esistono molti bandi nazionali ed europei che hanno come scopo quello di finanziare progetti che riguardino Innovazione, Sostenibilità e Partecipazione attiva. (Vi ricordate il punto #1?).
Inoltre l’avanguardia e l’eccellenza del progetto aprirebbero le porte a partnership e finanziamenti privati da parte delle tante aziende tecnologiche (e non) che operano sul territorio e sarebbero più che interessate a condividere una fetta economica del successo e del merito che questo progetto porterebbe. Oltre alla gratitudine della comunità!

#7 – Amministrazioni Illuminate – Questo è l’ingrediente principale per questa pozione magica. Nella storia le grandi idee sono sempre state ostacolate dalla burocrazia e dalla poca incisività di stili amministrativi ottusi e incapaci di riconoscere un’opportunità quando si palesa. Inoltre la convinzione diffusa che la cittadinanza sia incapace, disattenta e poco attiva crea dei presupposti pericolosi in base ai quali alla fine si investe più su ciò che fa notizia a discapito invece di ciò che veramente è utile.

Marco Politano

Marco Politano

Cuori Quadri Fiori Picche.
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