Salvare gli innocenti. Le sfide dell’educazione in un mondo in crisi

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Chissà come si divertivano”. In un racconto del 1951, Isaac Asimov immagina la scuola del 2157: gli insegnanti sono macchine, schermi neri sui quali scorrono le lezioni e in cui gli studenti possono infilare i propri compiti. La “vecchia” scuola è solo un ricordo, un posto ormai lontano nel tempo, in cui c’erano maestri in carne e ossa e studenti seduti vicini, uno accanto all’altro. 

Non sappiamo se in quella vecchia scuola, la nostra, gli studenti si divertissero, tra un’equazione e l’altra. Ma dubito lo facciano in questi giorni di didattica a distanza, osservando i loro insegnanti annaspare tra videocamere e microfoni, senza neanche un compagno per poterli prenderli in giro. 

Eppure, quando questa lunga notte del Getsemani sarà finita, studenti e insegnanti probabilmente lì dovranno tornare, in quegli edifici scalcagnati, fatti di banchi e sedie, affrancati da genitori e nonni messi oggi sotto stress da registri elettronici e ripetizioni fuori orario.

Perché è lì, a scuola, tra quelle quattro pareti, che si impara come va il mondo, che si educa. O no?

Non sembra dello stesso parere Goffredo Fofi, che quasi profetizzando questi giorni, nel 2012 aveva tracciato in un libro, “Salvare gli innocenti. Una pedagogia per i tempi di crisi”, una sorta di lessico dal quale partire per rifondare una nuova idea di educazione. Lo faceva spinto dalla convinzione che l’educazione è cosa diversa dalla pedagogia. Educare, ci ricorda il saggista – forte della sua esperienza di maestro e di intellettuale impegnato – vuol dire “aiutare l’individuo a tirar fuori di sé quanto ha di meglio e valorizzarlo in funzione del bene comune”. E, visto che a naso, quest’uso pubblico della ragione, di kantiana memoria, potrebbe tornarci utile ad affrontare le tante sfide del futuro, sarà bene riflettere su alcuni dei punti sollevati dallo scrittore umbro nel libro in questione:

  • Il posto dell’educazione: Chi educa chi? Se, come già suggerivano Maria Montessori e John Dewey a cavallo tra Ottocento e Novecento, esiste uno stretto legame tra democrazia ed educazione, possiamo pensare che la costruzione di una coscienza critica, consapevole di sé e del proprio posto nel mondo passi esclusivamente dalla scuola? O andrebbe forse ripensato il ruolo stesso dell’educazione, ricollocato al centro del discorso pubblico, in un processo virtuoso che convinca ciascun cittadino di essere un educatore per il semplice fatto di abitare una polis? 
  • Consumati e consumatori: Goffredo Fofi azzarda una distinzione tra bambini consumati e bambini consumatori. I primi sarebbero i bambini sfruttati in ogni angolo del mondo: dalla guerra, dall’industria del sesso, dallo sfruttamento sconsiderato delle materie prime. I secondi sono le vittime della pubblicità e del mercato, nelle infinite casistiche che vanno dai concorsi di bellezza alla vendita dei beni di largo consumo. Difficile dire quale delle due categorie se la passi peggio; in entrambi i casi i più piccoli sembrano esistere solo come strumento o oggetto di consumo. Il famoso protagonismo dell’infanzia. 
  • Adulti sull’orlo di una crisi di nervi: Questo figlio a chi lo do? Non sembrano passarsela meglio genitori e insegnanti, i primi oscillanti tra atteggiamenti iper-protettivi o indifferenti nei confronti dei propri figli, i secondi schiacciati da una pressione burocratica che fiacca le buone intenzioni persino dei più motivati. 
  • Giocare. A parte gli animatori chiamati a intrattenere i bambini durante le feste di compleanno, gli adulti non sanno più giocare. Giocare, intende Fofi, per il puro gusto di farlo, per stare insieme ai propri figli, senza la pretesa che diventino i campioni del domani. Eppure, inutile ribadirlo, il gioco è parte integrante del processo di crescita dei bambini, ne traccia coordinate di creatività, inventiva, noia, riflessione, in una messa in circolo di energie feconde per i loro sviluppi futuri.
  • Che cosa rimane: “Rimane, se rimane, quello che si è, quello che si era: il ricordo di essere stati “belli”, direbbe Plotino e la capacità di mantenerlo tuttora vivo. Rimane l’amore, se lo si è provato, l’entusiasmo per le azioni nobili, per le tracce di nobiltà e di pregio che s’incontrano nelle scorie della vita. Rimane, se rimane, la capacità di mantenere che ciò che è bene è bene, ciò che è male è male, e non si può fare che sia diversamente (e non si deve fare che appaia diversamente). Rimane quello che era, quello che merita di continuare e durare, ciò che sta. E di noi, di quell’Ego da cui non potremo mai strapparci né abiurarlo, non rimane nulla”. Ignazio Silone, “L’avventura di un povero cristiano”, 1968.

 

Photo by Aaron Burden on Unsplash

Donatella Vassallo

Donatella Vassallo

Vivo a Firenze ma non ho la "c" aspirata. Le mie vocali sono aperte, come i confini di Palermo, mia città d'origine. Trascorro le mie giornate a scuola per rubare ai bambini la scintilla della curiosità. Poi la lancio a destra e manca. Quello che raccolgo provo a raccontarvelo.
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