Preferirei di no: la disobbedienza passiva di Bartleby lo scrivano

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Ci stiamo agitando. Dopo aver cantato nei balconi, sventolato le bandiere, ammirato i delfini a Venezia, cominciamo a sbuffare come cavalli. Scalpitiamo, dilatiamo le narici, pronti a strapparci di dosso l’imbracatura al primo segnale di via. E solleviamo polvere, soprattutto. Ci serve? Ci aiuta? Possiamo esprimere diversamente il nostro disappunto?

Qualche risposta potrebbe arrivarci da Bartleby lo scrivano, il protagonista dell’omonimo romanzo di Herman Melville del 1853, divenuto celebre per la risposta perentoria con cui rifiutava le pressanti richieste di lavoro da parte del suo principale: “I would prefer not to”. “Preferirei di no” è una frase metafisica, è sabbia tra le mani. Ma è sabbia che inceppa l’ingranaggio.

La storia è ambientata agli inizi dell’Ottocento in uno studio legale di Wall Street ed è raccontata in prima persona da un avvocato, titolare dello studio. Alle sue dipendenze lavorano tre impiegati, un po’ eccentrici, ma ligi al proprio dovere e ossequiosi nei comportamenti. Quando viene nominato giudice dell’Alta Corte di Giustizia, il suo carico di lavoro aumenta: si vede quindi costretto ad assumere un nuovo dipendente. All’annuncio risponde Bartleby, “una figura sbiadita nella sua decenza, miserabile nella sua rispettabilità, così disperata nella sua solitudine”. Malgrado i dubbi, il giudice lo assume per la sua tranquillità e lo sistema in un angolo del suo ufficio, in modo da poterlo chiamare facilmente in caso di necessità. Bartleby comincia a lavorare in maniera indefessa, copia giorno e notte, in modo meccanico e silenzioso. Un giorno, il giudice lo chiama, gli allunga un documento perché lo esamini, ma il copista gli risponde: “Preferirei di no”. Lo stesso episodio si ripete nei giorni seguenti: a ogni nuova richiesta di lavoro, la stessa inflessibile risposta. Preferirei di no. Plink. Preferirei di no. Plink. La sentite la goccia?

Insospettito dal suo comportamento, il giudice cerca di scoprire qualcosa sul conto di Bartleby e si accorge che da tempo lo scrivano mangia e dorme nel suo ufficio, senza mai uscirne. Impietosito dalla sua solitudine e mansuetudine, comincia a provare sentimenti contraddittori nei suoi confronti, un misto di pietà, di repulsione e di timore. “Il pensiero e lo spettacolo della miseria suscitano le nostre più nobili emozioni, ma in certi casi, oltre un certo punto, non più. Errano coloro che asseriscono che, invariabilmente, questo mutamento è dovuto all’inerente egoismo del cuore umano. Deriva piuttosto da un certo senso di impotenza di fronte a un male eccessivo e radicale”.

Il giudice affronta Bartleby, gli fa delle domande sulla sua vita ricevendone in cambio la solita risposta: “Preferirei di no”. Irritato, gli consiglia di cominciare a comportarsi in modo ragionevole. “Per il momento preferirei non comportarmi in modo ragionevole”. Messo alle strette, lo obbliga a lasciare lo studio ma Bartleby non si schioda dalla sua scrivania. A mali estremi, estremi rimedi: il giudice abbandona lo studio per trasferirsi altrove, ma qui viene raggiunto dal proprietario del vecchio appartamento; Bartleby si è insediato nell’ingresso suscitando le lamentele dei condomini e dei clienti. Torna quindi a parlare con lui: “Ora, ditemi, quale professione o mestiere vi piacerebbe scegliere? Sareste disposto a rimettervi a copiare?”. “No. Preferirei restare come adesso”. Ping pong di domande e risposte, finché: “A me piace restar fermo in un posto. Ma non che sia difficile a soddisfare”. Ormai incapace di risolvere la situazione, il giudice lascia che sia il proprietario dello studio a prendere l’iniziativa, chiamando la polizia e facendo rinchiudere lo scrivano in carcere con l’accusa di vagabondaggio.

Quando va a trovarlo per la deposizione, lo trova raggomitolato per terra, immobile, con gli occhi aperti, deciso a lasciarsi morire di fame. La guardia gli aveva portato da mangiare: “Il suo pranzo è pronto. Neppur oggi vuol pranzare? O riesce a campare d’aria?”. “Ormai sì, d’aria, ̶ risposi io e gli chiusi gli occhi”. “Come?… Dorme, vero?”. “Sì, «con i re e i consiglieri della terra», mormorai”.

Donatella Vassallo

Donatella Vassallo

Vivo a Firenze ma non ho la "c" aspirata. Le mie vocali sono aperte, come i confini di Palermo, mia città d'origine. Trascorro le mie giornate a scuola per rubare ai bambini la scintilla della curiosità. Poi la lancio a destra e manca. Quello che raccolgo provo a raccontarvelo.
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