La fine di una civiltà nello sguardo visionario di Jack London

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Figlio di una spiritista e di un astrologo ambulante, lo scrittore Jack London deve aver ereditato dai genitori doti di preveggenza straordinarie. Difficile spiegare altrimenti la visione profetica insita in un suo romanzo del 1912, “La peste scarlatta”, che, segue, tra l’altro, di soli due anni “Il tallone di ferro”, in cui aveva profetizzato le dittature della prima metà del Novecento.

Lo scenario è post-apocalittico: siamo nel 2073, nei dintorni di San Francisco, e James Howard Smith, un anziano uomo, ex docente universitario a Berkeley, racconta a un gruppo di ragazzini, vestiti solo di pelli di capra, cos’era accaduto nel lontano 2013, quando la Peste Scarlatta aveva decimato gli otto miliardi di abitanti della terra. La comunicazione è difficoltosa: i ragazzini non capiscono l’inglese, il loro è un linguaggio semplificato, utile solo ad assicurarsi la sussistenza in quella nuova Età della Pietra. “Che cos’è istruzione?”, Labbro Leporino esclama: “Chiamare scarlatto il rosso”. Le domande servono a chiarire il racconto, aiutano il vecchio a farsi strada tra i ricordi e le lacrime.

Quando era arrivata la Peste Scarlatta nessuno se n’era accorto, molti avevano minimizzato, qualche città aveva censurato la notizia. Ma la malattia era inarrestabile: il germe si intrufolava ovunque nel mondo, rendendo scarlatta la pelle degli uomini e portandoli alla morte nel giro di poche ore. I corpi dei defunti poi si sbriciolavano e liberavano nell’aria i germi del contagio. Difficile salvarsi, nessuno aveva un rimedio. La popolazione fuggiva dalle città, la violenza imperversava ovunque, il fumo dei roghi offuscava i cieli, un’intera civiltà crollava su se stessa: “tutta la fatica dell’uomo su questo pianeta si era rivelata schiuma, sembrava che il mondo fosse stato cancellato”.

Il professor Smith si era unito a un gruppo di sopravvissuti, quattrocento fuggiaschi che vagavano tra le campagne in cerca di vita, ma il morbo decimava pian piano anche quel triste corteo di fantasmi. Alla fine era rimasto da solo: aveva vissuto per tre anni nella valle di Yosemite, poi si era rimesso in marcia alla ricerca di propri simili. Li aveva trovati sul lago Temescal, dove un ex autista volgare e violento aveva fondato la tribù degli Autisti facendo schiava Vesta, l’aristocratica moglie di uno dei Magnati che prima governavano il mondo. Il forte domina il debole: è la legge spietata di quel darwinismo sociale esperito da London nel corso dei suoi tanti vagabondaggi per il mondo.

Infine, stanco delle continue sopraffazioni dell’Autista sulla donna, Smith si era allontanato dalla tribù e rimesso sulla strada. Arrivato quindi alla tribù di Santa Rosa, aveva deciso di fermarsi e lì sposare Bertha, diventando il diciannovesimo membro di quell’accampamento di fuggiaschi. Aveva saputo dell’esistenza di altre due tribù, oltre la loro. Al momento del racconto, l’anziano professore ipotizza che nel mondo ci siano appena trecentocinquanta, quattrocento persone. “La polvere da sparo tornerà. Niente potrà impedirlo… la stessa vecchia storia si ripeterà. […] Come la vecchia civiltà si è estinta, così si estinguerà la nuova, tutto si estingue. Sussisteranno soltanto la forza e la materia, in perenne mutamento, che a furia di agire e reagire realizzeranno i tre tipi eterni: il prete, il soldato e il re. Dalla bocca dei bambini esce la saggezza senza età. Ci sarà chi lotta, chi comanda e chi prega; e tutti gli altri faticheranno e soffriranno assai mentre sulle loro carcasse sanguinanti tornerà sempre e comunque a innalzarsi in eterno la bellezza stupefacente e la meraviglia incomparabile della civiltà”.

È un canto elegiaco quello di Smith, in linea con quel senso precario dell’esistenza che era di Jack London, un uomo che presentiva sarebbe morto giovane, perché il fuoco che aveva dentro aveva una fame da lupo, come magistralmente rilevato da Romana Petri nella recente biografia dedicata allo scrittore. Eppure, pungolato da una scrittura che parlava solo di vita, di morte e di lotta per la sopravvivenza, Jack London, nei suoi quarant’anni di esistenza ha innalzato alla vita il tributo che molti di noi vorremmo lasciare: la testimonianza di un uomo che alla peste scarlatta aveva contrapposto la fiamma inesauribile della passione.

Donatella Vassallo

Donatella Vassallo

Vivo a Firenze ma non ho la "c" aspirata. Le mie vocali sono aperte, come i confini di Palermo, mia città d'origine. Trascorro le mie giornate a scuola per rubare ai bambini la scintilla della curiosità. Poi la lancio a destra e manca. Quello che raccolgo provo a raccontarvelo.
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