Se il rendering ci promette la casa più bella

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Qual è lo strumento attraverso cui si espone alla committenza cosa si intende realizzare? Cioè come si fa a far capire al proprietario come sarà la sua casa là dove ora c’è il prato o come cambieranno la sua cucina e la zona pranzo, oppure come si fa vedere all’imprenditore la sedia che potrà produrre se firmerà il nostro progetto, la nostra idea?

Un tempo sarebbe stato compito del disegnatore, con schemi, schizzi, viste, prospettive, scorci e sezioni assonometriche, belli e accattivanti, rappresentare in tre dimensioni quello che il freddo disegno tecnico traccia in due.

Ai giorni nostri questo “sporco lavoro” è affidato al rendering. Con questo termine si indica, sinteticamente, la restituzione grafica di un oggetto, un’ambientazione, un’architettura, esistente o di progetto.

La parola di per sé non specifica con che mezzo si ottiene questa immagine ma è ormai implicito che se parliamo di rendering siamo nell’ambito della computer grafica. Questo strumento ha letteralmente monopolizzato il mondo della rappresentazione fotorealistica, è un ‘arnese’ molto potente e versatile ma, come si sa, la potenza è nulla senza controllo (cit.). Alla realizzazione di un’immagine renderizzata concorrono molti fattori tra cui la qualità della modellazione e delle texture di materiali utilizzate, l’uso delle luci, il punto di vista scelto, lo sfondo o l’ambientazione, l’abilità dell’esecutore. Mentre la visione di una assonometria, o prospettiva, o sezione disegnata necessitavano comunque di una partecipazione attiva dell’osservatore richiedendo una certa dose di immaginazione e un minimo di capacità di astrazione, un render ha la possibilità di presentarti la realtà così com’è, te la promette. Non devi immaginarti il legno lì dove vedi quelle righe ondulate, lì c’è il legno. Non dovrai immaginare la lucentezza delle piastrelle, la vedi. Non dovrai decifrare quel bellissimo segno sintetico, lì c’è già un enorme grigioazzurro cedro del Libano, ombra compresa.

Questa non è un’acritica deriva nostalgica ma una mini riflessione sul potere dell’immagine. Qualcosa che sembra vero consente al nostro cervello di lavorare meno, riconoscere tratti di realtà ci porta a codificare quanto vediamo con quanto conosciamo e non c’è sforzo immaginativo, non c’è ‘approfondimento’.

La differenza tra un disegnatore bravo e uno mediocre è molto più lampante di quanto sia evidente il divario tra un bravo renderizzatore è uno non bravo o, peggio, disonesto. Con uno strumento del genere si può creare una realtà illusoria, deforme ma apparentemente vera, realistica.

E così su una bella carta patinata appare un fabbricatino industriale circondato da una quinta di alberi con un gran piazzale davanti e sullo sfondo delle verdi colline e te che lo guardi ti scordi che, in realtà, da un lato c’è il retro di un condominio peraltro in non buone condizioni, dall’altro un muro di cinta che separa da un altro capannone e, sullo sfondo, la centrale di trasformazione elettrica che forse, tra le tre, è la vista migliore. Un terrazzo al secondo piano, con vista appunto sul citato retro di palazzaccio diventa un patio eoliano con Firenze e la cupola sullo sfondo e tu, affascinato da questa visione accattivante piacevole e rilassante, dimentichi che da li? non si vede proprio niente se non, a quel punto, il tetto a onde del suddetto panificio confinante.

E gli interni?! Negli interni questa finzione può diventare ancora più dannosa trasformando bui sgabuzzini in luminosi saloni ottocenteschi. Alterando le dimensioni, i rapporti di profondità e usando punti di vista innaturali si stravolge la realtà e si promette ciò che non può essere. Non è così immediato “scovare l’inganno”, ci vuole un occhio un pochino allenato e non sempre basta. Chiaramente il problema non è il rendering in sé ma, come per ogni strumento, l’uso che se ne fa; avendo un alto potenziale di resa fotografica è anche alta la possibilità di ingannare, promettere l’impossibile, alterando artificiosamente la percezione.

Magnifici palazzi circondati dal verde, vivi, vissuti, illuminati da una luce bellissima, promettono quanto un edificio squadrato, cubo affogato tra palazzoni, circondato da una resede piastrellata stipata di macchine non potrà mai restituire.

Ovviamente non c’è niente di male nel ‘rimpolpare’ un po’ un contesto non proprio paradisiaco, nel provare a valorizzarne i pregi e minimizzarne i difetti, nel dare una visione ‘futura’ di un luogo, anzi! L’importante è mantenere ben marcata la differenza fra ‘ripicchiare’ e truffare; è un confine sottile e la responsabilità sta nella mano e nella testa di chi rappresenta. Se abbellire è lecito, millantare dovrebbe essere reato.

Sara Mori

Sara Mori

Meglio appoggiarsi a qualcosa che non gira
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