Come ci sta una Afrodite o un Dioniso, non ci sta nulla

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differenze-sara-mori-empovaldo-novembre-2016 differenze Come ci sta una Afrodite o un Dioniso, non ci sta nulla Differenze Sara Mori Empovaldo Novembre 2016

Quando si parla di produzione artistica a qualunque livello l’idea di “oggetto d’arte” è insindacabile dal concetto di “copia/falso”. Da che mondo è mondo la riproduzione più o meno lecita di qualunque cosa possa avere valore e suscitare interesse è una attività lucrativa redditizia con innegabili punte di creatività e qualità.

Per un lungo periodo l’oggetto del desiderio era diventato una porzione di santo purché fosse: giravano reliquie di ogni forma e dimensione. Quante ne sono state messe in circolazione per soddisfare l’accanita richiesta?! Se qualcuno si prendesse la briga di fare un inventario spunterebbero santi con quattro o cinque calcagni, più braccia di un ragno, ringhiere di costole e stendiamo un velo sul numero di dita e la quantità di falangi!

E ancora prima, cos’erano gli artigiani romani che copiavano sculture greche perché il classicismo ellenico tra i benestanti dell’Urbe andava via come il pane se non falsari di pregio?

Quando, diversi secoli dopo, ha cominciato a svilupparsi l’interesse per ‘l’antiquariato’, ha ripreso vigore la produzione di pietre intagliate con sembianze classiche per essere rifilate in giro per i palazzi di mezza europa come originali. Il Vasari stesso aveva sul camino di casa sua ad Arezzo una testa in marmo “che ogni uno la crede antica” ma in realtà era stata fatta da tal Tommaso dalla Porta che produceva zitto zitto teste greco-romane e le vendeva per vere. D’altronde, se c’hai un angolo sguarnito in casa o una porzione di giardino un po’ nuda, come ci sta una Afrodite o un Dioniso, non ci sta nulla.

Col passare del tempo la produzione artistica si è diversificata, le tecniche di lavorazione si sono sviluppate e i materiali utilizzati sono incrementati. Gusto e stile sono progrediti serpeggiando, rincorrendosi, lasciandosi drammaticamente per poi riprendersi, ma sempre si è avuto oggetti originali, falsi e produzione in stile. Che si parli di un oggetto in quanto tale o della lavorazione di un dato tizio/marchio, si può dire che il meccanismo abbia sempre funzionato così: la cosa X diventa “must have”, qualcuno la compra, qualcuno lo fregano con un falso, molti se lo procurano simile.

Il dualismo originale/falso va bene fino a che si tratta di artigianato artistico, ma il processo creativo e quello produttivo industriale sono diversi, quest’ultimo prevede la riproducibilità, la serialità. Adesso, nell’epoca della tecnologia e della produzione massiva, nell’era del design, come funziona? Dove sta la differenza?

Per farla breve, direi che il confine sta tra chi ricerca, sperimenta, rischia e innova e chi a cose fatte scopiazza e vende. Una ditta produttrice di oggetti di design dà lavoro a designer che studiano, progettano, provano, propongono nuovi oggetti, materiali, linee.

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Facciamo una sedia!

Ricerca, pensiero, progetto, approvazione (tempo & impegno), selezione dei materiali, prototipazione, prima produzione, pubblicizzazione e presentazione in riviste, saloni e fiere di settore (molti denari out), riscontro del pubblico e del mercato (ansie & paure). Abbiamo fatto centro, effettiva produzione! (Soddisfazione & denari in) siamo stati molto bravi, la nostra sedia è diventata molto popolare, piace a largo spettro, ha colpito, è diventata una “icona” (molti denari in, molta soddisfazione).

Succede che piace, e molti la vogliono, però c’è chi si stupisce, si indigna. È esterrefatto. Non capisce perché quell’esile pezzo di plastica legno e ferro costi ‘quello sproposito’ visto che suo cuggino (sempre lui oh!) ce l’ha quasi uguale e l’ha pagata un quarto… però è sempre una sedia, che fa quella di diverso, vola?!

No, non vola. Però è frutto di un attento lavoro, i produttori hanno ‘rischiato’ scegliendola e proponendola, tutti i materiali impiegati sono certificati e garantiti, sia per se stessi che per i processi di lavorazione e smaltimento, ditte e filiere rispondono a standard qualitativi industriali, ambientali e di benessere dei lavoratori tra i più elevati, hanno sedi e fabbriche all’avanguardia, ‘green’, minimizzano consumi, sprechi, innovano continuamente, dall’imballo alle catene di montaggio, si preoccupano sempre più spesso anche di ciò che li segue, cioè trasporti e commercializzazione.

Poi c’è l’altra, quella simile… di cui non si sa nulla, solo che qualcuno ha cavalcato l’onda del successo e l’ha rifatta, più o meno (chissà dove, chissà come, si spera almeno che gli operai non siano sfruttati come ciuchi); ed è facile, quando hai la sicurezza che piace, quando hai visto che una nuova linea ‘funziona’ saltare su quel treno! Se poi sei un grande gruppo, più che consolidato, a diffusione mondiale, c’è anche la probabilità che più di qualcuno pensi che l’idea originale sia stata la tua, tanto che differenza fa?

A tutela dell’ingegno e del rischio d’impresa ci sono i brevetti, la proprietà intellettuale, il diritto d’autore, si scatenano guerre legali molto spesso più che giustificate. Ma il vero baluardo, la roccaforte a difesa dell’originale resta l’appassionato, colui che se c’ha un dubbio, se qualcosa non gli quaglia, dove è, è, finge che gli si sia sciolto un laccio al mocassino e si china per vedere se sotto al dimmer c’è scritto Flos.

Sara Mori

Sara Mori

Meglio appoggiarsi a qualcosa che non gira
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