Disseppellire la memoria: Il rifugio antiaereo di Montrappoli

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Quello di Monterappoli resta l’unico esempio di rifugio antiaereo costruito sul territorio empolese nel periodo della seconda guerra mondiale.

Rifugio - affresco e lapide di Vincenzo Martini  Disseppellire la memoria: Il rifugio antiaereo di Montrappoli Rifugio affresco e lapide di Vincenzo Martini

Un’opera dall’elevata valenza storica, ma che al momento risulta totalmente inaccessibile a causa della frana che l’ha investita nel marzo 2013. Anche l’affresco realizzato dal pittore Vincenzo Martini e la lapide commemorativa posta accanto alla porta d’ingresso sono stati irrimediabilmente travolti dallo smottamento. Ridotto a non-luogo e abbandonato all’incuria e all’oblio, questo potenziale luogo della memoria è in realtà testimone di uno dei periodi più neri della storia del nostro paese e della nostra città: quello in cui la “guerra totale” decise di palesarsi alla popolazione civile in tutta la sua portata devastatrice sotto forma di bombardamenti aerei. Parallelamente all’azione predatoria e repressiva nazi-fascista, anche le bombe sganciate dall’aviazione alleata contribuirono a seminar morte e distruzione nelle nostre zone. Dal 26 dicembre 1943 al 28 luglio 1944, infatti, furono 42 le incursioni aeree dispiegate sul territorio empolese e 146 le vittime provocate dagli “effetti collaterali” degli attacchi.
Data la continua minaccia che incombeva dai cieli, la locale amministrazione fascista ordinò la messa in opera del suddetto rifugio: tra la fine del ’43 e la prima metà del ’44 fu così scavata una piccola sala sotterranea, sorretta da archi di mattoni e raggiungibile da tre porte d’ingresso, una della quali, ancora visibile, antistante l’attuale Casa del Popolo.
La realizzazione dell’opera dette lavoro a decine e decine di persone e, come raccontato da un testimone del tempo, Liliano Bartolesi, «nelle assunzioni non fu fatto alcun tipo di discriminazione: venivano assunti anche antifascisti che erano stati in prigione» (intervista di Davide Ritrovati). Tra questi vi fu addirittura chi, in occasione del 1° maggio ’44, ebbe il coraggio di celebrare la festa dei lavoratori, sfidando apertamente il rischio della deportazione. Voluto dal fascio per esigenze di propaganda, il rifugio si trasformò per converso in uno dei centri d’aggregazione dell’antifascismo empolese.
Anche se a Monterappoli le bombe non arrivarono mai, il rifugio assolse comunque alla sua funzione, accogliendo la popolazione ogni qual volta il rombo degli aerei si faceva minaccioso. Alcuni testimoni raccontano, inoltre, che sia entrato in funzione anche in occasione della ritirata dei tedeschi dalla frazione (28-29 luglio ’44) e che per mesi sia stato utilizzato come alloggio di fortuna dagli sfollati riversatisi nella zona.
Lo scorso gennaio il locale circolo Arci, in collaborazione con l’Anpi, ha organizzato una raccolta firme per chiedere il ripristino e la fruibilità del rifugio come luogo di memoria cittadina, allestendo per l’occasione una mostra documentaria e fotografica, arricchita dai racconti dei testimoni del tempo. Il 25 aprile 2015, poi, le stesse associazioni promotrici hanno inaugurato una targa commemorativa riportante l’epigrafe della vecchia lapide distrutta dalla frana.
Un passo importante, dunque, è stato fatto sul sentiero della memoria, ma molti altri ne restano ancora da fare.

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Daniele Lovito

Daniele Lovito

Daniele Lovito, nato a Empoli, ma geneticamente lucano, è il quinto di cinque fratelli (poi i suoi scoprirono la TV). Da sempre appassionato di storia, nel 2015 consegue finalmente la laurea in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze. Ricercatore free-lance e aspirante ricercatore universitario, è da sempre lavoratore precario multitasking. Calciatore amatoriale di periferia con “il cuore dentro alle scarpe” e cantante da camera (camera da letto, bagno…soprattutto bagno), ama il cinema d’essai e i maestri della commedia all’italiana. Dedito fin da piccolo all’arte dell’imitazione, sogna una – improbabile - carriera nel mondo del cabaret.
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