L’irraggiungibile bellezza del Castello di Sammezzano

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Si rimane senza parole ma con la voglia di chiedere ancora e ancora; senza fiato ma con l’ardore di respirare la vita a pieni polmoni. Estasiati, folgorati, abbagliati, meravigliati da tanta esplosione di colori, geometrie, parole. È questo l’effetto prorompente che si ottiene visitando il Castello di Sammezzano e ascoltando la storia straordinaria di colui che lo ha incredibilmente plasmato con ingegno e passione, il marchese Ferdinando Panciatichi Ximens D’Aragona (1813-1897), l’uomo che trasformò il suo sogno d’Oriente in realtà, realizzandolo tra le mura della sua regale residenza.

Il marchese Panciatichi Ximens - Castello di Sammezzano castello di sammezzano L’irraggiungibile bellezza del Castello di Sammezzano marchese FPXA

Circondato da un ampio parco che si erge sopra al paese di Leccio, frazione di Reggello (FI), il Castello di Sammezzano, unico nel suo genere, ha assunto la forma attuale nel periodo compreso tra il 1843 e il 1889 grazie alla mente colta e visionaria di questo estroso personaggio dai doppiamente nobili natali. Uomo di grande cultura, esperto di ingegneria, architettura, botanica, lingue antiche, amante di Dante e della musica verdiana, Ferdinando cavalcò l’onda della passione per la corrente culturale dell’“Orientalismo”, molto in voga nell’Europa d’inizio Ottocento, e progettò la modifica della struttura della antica villa padronale secondo canoni estetici variamente ispirati a forme d’architettura “orientale”.

Ingaggiate maestranze locali opportunamente istruite, il marchese fece loro realizzare nuove magnifiche sale in vari stili, tutti con richiami all’Oriente: si passa dallo stile arabo-maghrebino (“moresco”) della Sala Bianca, con le trine dei suoi candidi stucchi chiaramente ispirati all’Alhambra di Granada, a quello indo-persiano della Sala dei Pavoni, la più affascinante in assoluto, caratterizzato da accese policromie in ceramica esaltate da una fitta trama geometrica. Non mancano inoltre esperimenti eclettici con l’inserimento di elementi architettonici turco-ottomani e gotici.

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Le sale furono tutte messe in comunicazione tra loro in modo da disegnare un’infinità di possibili percorsi labirintici da intraprendere lungo le piante circolari, ottagonali e quadrangolari del palazzo. Ma sul significato sia dell’edificio, sia dei percorsi possibili al suo interno, non v’è nulla di certo, anche se sono state formulate molte ipotesi paraesoteriche a riguardo, tanto più rafforzate dal fatto che il nostro Ferdinando era vicino agli ambienti della massoneria. La curiosità e il mistero del Castello di Sammezzano sono inoltre alimentati dai molti simboli e dalle numerose iscrizioni in varie lingue disseminate lungo le pareti, sotto gli archi e le finestre dell’edificio. Con le epigrafi, in particolar modo, Ferdinando, oltre a glorificare il proprio casato, sembra abbia voluto comunicare ai non troppi ed esclusivi ospiti del Castello tutta la sua amarezza e disillusione verso la nuova Italia, nata dal Risorgimento e che egli stesso aveva contribuito a creare partecipando in prima persona alle campagne del 1848-49. Basti pensare alla scritta in caratteri gotici, quasi camuffati con le decorazioni murarie, che campeggia nella Sala d’ingresso: «Sempre l’uomo non infame e non volgare o scavalcato o inutile si spense». Fu l’esperienza maturata sui banchi della politica (consigliere nel Municipio di Reggello e di Firenze tra il 1859 e 1865; consigliere del Consiglio Compartimentale tra il 1860 e 1864; deputato del Regno tra il 1865 e il 1867, anno in cui si dimise) a portarlo ad incidere, addirittura sulla pietra, frasi come questa o, addirittura, di maggior impatto emotivo: nel 1870, ad esempio, fa scrivere nella nicchia del Corridoio delle Stalattiti le seguenti parole (in latino): “Mi vergogno a dirlo, ma è vero: l’Italia è in mano a ladri, esattori, meretrici e sensali che la controllano e la divorano. Ma non di questo mi dolgo, ma del fatto che ce lo siamo meritato”.

Nell’ultima sala realizzata nel Castello di Sammezzano, una cappella (1889), Ferdinando, seppur ferreamente anticlericale, sembra invece aver voluto lanciare un messaggio di speranza e dal grande valore ecumenico, coniugando in un sol luogo parole e simboli delle tre grandi religioni monoteiste (e della massoneria). Come a dire, oltre le barriere religiose, ciò che più conta è la fede e la passione che anima le persone. E a Ferdinando, di certo, la passione non mancava, come non manca adesso ai volontari del Comitato FPXA che hanno permesso di far conoscere a migliaia di visitatori (compreso il sottoscritto) uno straordinario patrimonio culturale altrimenti destinato all’oblio e, purtroppo, ancora non adeguatamente tutelato dalle pubbliche istituzioni.

Fonti:
Atti del Convegno, Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona. Sammezzano e il Sogno d’Oriente 1813-2013, Castello di Sammezzano, 31 maggio – 1 giugno 2013.

Daniele Lovito

Daniele Lovito

Daniele Lovito, nato a Empoli, ma geneticamente lucano, è il quinto di cinque fratelli (poi i suoi scoprirono la TV). Da sempre appassionato di storia, nel 2015 consegue finalmente la laurea in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze. Ricercatore free-lance e aspirante ricercatore universitario, è da sempre lavoratore precario multitasking. Calciatore amatoriale di periferia con “il cuore dentro alle scarpe” e cantante da camera (camera da letto, bagno…soprattutto bagno), ama il cinema d’essai e i maestri della commedia all’italiana. Dedito fin da piccolo all’arte dell’imitazione, sogna una – improbabile - carriera nel mondo del cabaret.
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