Le fiascaie e la dura arte dell’impagliatura dei fiaschi

1

Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, l’industria del vetro fu senza dubbio uno dei settori trainanti dell’economia empolese. Gli articoli di bufferia in vetro verde di Empoli (colorazione naturale dovuta alla presenza di ossido di ferro nella sabbia) divennero, infatti, uno dei fiori all’occhiello della produzione locale ed ebbero grande diffusione sul territorio nazionale e oltre confine.

Le fiascaie e la dura arte dell’impagliatura dei fiaschi fiascaie Le fiascaie e la dura arte dell’impagliatura dei fiaschi WP 20160526 14 50 31 Pro

Fiaschi, damigiane, recipienti e strumenti per la vinificazione e l’imbottigliamento del vino e dell’olio, prodotti in grandi quantità a partire dalla seconda metà del XIX secolo, necessitavano però di un rivestimento che li proteggesse da urti e da potenziali rotture. A tal proposito era indispensabile il prezioso e duro lavoro svolto dalle rivestitrici di fiaschi, altrimenti dette fiascaie. Queste donne di tutte le età, per lo più provenienti dalla campagna e appartenenti a famiglie mezzadrili o di braccianti, collateralmente ai già gravosi impegni agricoli realizzavano, nei rispettivi domicili, il rivestimento esterno dei fiaschi e delle damigiane con fibre di erbe palustri essiccate, la «sala» e il «salicchio», diffuse e coltivate nei pressi del Padule di Fucecchio. Tale attività lavorativa suppletiva richiedeva grande manualità, precisione e un notevole sforzo fisico ed era loro necessaria per integrare, seppur di poche lire, il magro reddito familiare. Per assicurarsi il lavoro, le donne partivano presto al mattino e facevano il giro delle vetrerie con un barroccino, sul quale caricavano i fiaschi da impagliare. Arrivate a casa, in ambienti prevalentemente umidi, insalubri e non riscaldati, la sala veniva intrecciata a partire dalla base del fiasco fino a ricoprirne la pancia e veniva poi fermata con un ago. Si impagliavano vari modelli di fiaschi: il fiasco normale, il fiasco in bianco (più pregiato perché confezionato con «sala» sbiancata con lo zolfo, ma più difficile e lungo da impagliare), il «mezzo litro», il «litro», l’ampollina.

Il lavoro veniva spesso svolto in gruppo, in una corte, in uno scantinato, in un sottoscala o sull’uscio di casa e diventava occasione di socializzazione e di condivisione di un’esperienza estrema. Sì, perché per impagliare occorreva grande pazienza e grande maestria, ma anche tanta fatica: si era obbligate a star ferme per delle ore al freddo, senza riscaldamento. Il materiale necessario al rivestimento dei fiaschi, la «sala» e il «salicchio», dovevano essere inumidite per poter essere manipolate e questo, alla lunga, poteva portare a contrarre violente forme d’artrite che deformavano le mani. La sala, per giunta, era tagliente e rovinava le dita. Lo scaldino, che veniva tenuto sotto le gambe, spesso le ustionava e danneggiava il sistema venoso.

Le fiascaie e la dura arte dell’impagliatura dei fiaschi fiascaie Le fiascaie e la dura arte dell’impagliatura dei fiaschi WP 20160526 15 00 16 Pro

Il mestiere, poi, era reso ancor più duro dalla necessità di trasportare ogni due o tre giorni i fiaschi impagliati da casa fino alla vetreria, e viceversa, impresa particolarmente dura se a intraprenderla erano donne usurate dalla fame, dalla fatica, dall’umido e dal freddo. Oltre al danno fisico, a volte si doveva subire pure la beffa dello «sbuzzamento» dei fiaschi da parte dei padroni delle vetrerie che non erano soddisfatti dei manufatti realizzati.

Quelle delle fiascaie, però, per quanto vessata da condizioni di lavoro probanti e dispersa nei mille rivoli del lavoro a domicilio, è stata una categoria coesa, tenace e capace di strutturarsi in forme sindacali organizzate e combattive. Si ricordi su tutti lo sciopero da loro condotto ininterrottamente «sino alla fame» dal 4 gennaio al 3 febbraio 1903 per chiedere un aumento salariale, ma anche gli scioperi fatti negli anni difficili della prima guerra mondiale ogni qual volta v’era una fermata dei lavori nelle vetrerie o l’importante contributo dato all’attività clandestina antifascista e alla resistenza.

Con la crisi del settore del vetro, a partire dalla metà degli anni ’50, anche la categoria delle fiascaie cominciò ad avviarsi sul viale del tramonto, lasciando l’ideale testimone delle proprie lotte e della propria ineguagliabile arte manuale alle nuove protagoniste del mondo del lavoro empolese, le confezioniste.

 

Fonti
Alessandra Pescarolo, Le fiascaie: organizzazione sociale e percezione soggettiva di un mestiere debole, in La Valdelsa tra le due guerre (a cura di Roberto Bianchi), 2002, pp. 73-104.

Giovanni Contini, Vite di paglia. Riflessioni sopra sette storie di vita raccontate da impagliatrici di fiaschi, in La Valdelsa tra le due guerre (a cura di Roberto Bianchi), 2002, pp. 105-134.

Immagini di donne. Il lavoro femminile nell’Empolese, 2002.

Massimo Carrai, Le confezioniste e le altre, 2004.

Daniele Lovito

Daniele Lovito

Daniele Lovito, nato a Empoli, ma geneticamente lucano, è il quinto di cinque fratelli (poi i suoi scoprirono la TV). Da sempre appassionato di storia, nel 2015 consegue finalmente la laurea in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze. Ricercatore free-lance e aspirante ricercatore universitario, è da sempre lavoratore precario multitasking. Calciatore amatoriale di periferia con “il cuore dentro alle scarpe” e cantante da camera (camera da letto, bagno…soprattutto bagno), ama il cinema d’essai e i maestri della commedia all’italiana. Dedito fin da piccolo all’arte dell’imitazione, sogna una – improbabile - carriera nel mondo del cabaret.
Share.

1 commento

Leave A Reply