Celentano per scherzo, Celentano per sempre

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In un freddo pomeriggio di febbraio ho avuto l’onore e il privilegio di conoscere “Celentano”. Non sto parlando del famoso “Molleggiato” nazionale, ma del personaggio empolese che per più di 30 anni lo ha imitato, ballando, cantando e intrattenendo il casuale pubblico di automobilisti di volta in volta costretto alla sosta dinanzi alle sbarre abbassate del passaggio a livello di Brusciana.

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Il suo vero nome è Carlo Bianchi, classe 1954, da sempre residente nel tratto di strada immediatamente antistante il casello ferroviario della suddetta frazione. Da tutti ben voluto, generoso, estroso e divertente, il minuto ometto dagli occhi blu (un tempo assai più in carne) con le sue performances canore e il suo concentrato di simpatia ha animato per decenni un pezzo della SP 429 altrimenti destinato, come tanti altri, all’anonimato. Se pensi a Brusciana e al suo passaggio a livello, inevitabilmente il pensiero non può che correre verso di lui, che quasi si identifica con l’intero quartiere.

Gentilmente accolto dalla sorella e dalla madre, ho avuto la possibilità di varcare la porta d’ingresso di casa sua, di intervistarlo e di accedere al suo “covo d’artista”, ovvero, quel garage da cui “sparava” ad alto volume le canzoni del suo cantante preferito e di fronte a cui si esibiva, chitarra alla mano, emulandone le gesta. Il luogo ha le fattezze di un vero e proprio tempio votivo, parimenti dedicato alla figura del Re del rock’n’roll, Elvis Presley, e del suo beniamino di sempre, Adriano Celentano. Poster, foto e gigantografie di The King of Memphis e de Il Ragazzo della Via Gluck rivestono quasi come carta da parati tutte la pareti della stanza. Migliaia di vinili, cd e musicassette sono meticolosamente ordinati sulle scaffalature o custoditi gelosamente in vari mobili. Non campeggiano solo album e raccolte dei suoi artisti prediletti, ma anche dischi di Frank Sinatra, Queen e di esponenti del jazz come Glen Miller, Charlie Parker, Duke Ellington, Miles Davis, Chet Baker. Quella per la musica è quindi una grande passione, ereditata dal padre e da Carlo coltivata fino ai giorni nostri.

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Ad adornare la stanza contribuiscono inoltre gagliardetti, poster, figurine e gadgets con i colori dell’amata Fiorentina. Un amore intramontabile quello per la squadra gigliata, tanto grande quanto l’odio provato nei confronti della nemica sportiva di sempre, la Juventus. È lui stesso a descriverci quell’endemica allergia per le strisce bianco nere che solo in tempi più recenti è riuscito a mitigare: «Quando le vedevo mi venivano gli occhi storti. Addirittura quando c’erano i servizi sulla Juventus spengevo la televisione. Ora so guarito, un mi fa più effetto».

Altra atavica allergia è quella per il lavoro, al punto che se qualcuno lo invita più o meno scherzosamente ad andare a lavorare, lui risponde con ironia: «Io un ci vo. E poi che ci vo a fa’? Fai lavorà chi n’ha bisogno. C’è crisi, non lo vedi tutte le fabbriche chiudono? Bisogna far lavorare gli altri. Poi dice i’ lavoro fa male alla salute, sicché, che ci vo a fa’? Ci s’ammala, si prende il raffreddore…per l’amor d’iddio».

In realtà il caro Carlo ha dimostrato di aver grandi abilità manuali: nel suo covo sono presenti manufatti pregevolissimi in ferro battuto da lui realizzati durante il lungo periodo (undici anni) trascorso tra le mura dell’Istituto Stella Maris di Calambrone (PI): un lampadario, una madonna con bambino ed un altro oggetto ornamentale davvero ben fatto. «Mi piaceva fare queste cose, poi m’è passata la voglia… Facevo finta di esse malato, di aver la febbre e il termometro lo mettevo sul termosifone… una volta mi scoppiò».

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In un angolo della stanza è impossibile, poi, non notare una bicicletta rossa, segnata dal tempo, ma comunque ben conservata. Regalatagli dal padre più di trent’anni or sono, ci dice che la usava sempre, ma adesso la inforca raramente perché «per quello che faccio posso andà anche a piedi. Poi passà e ripassà dalle sbarre è anche pericoloso. Se devo morì e vo a piedi. Poi che fo? Pe fa’ du’ passi mi metto a consumare i fascioni della bici? E se poi me la rubano? Io la tengo qui e un si sbaglia!».

Dietro la bici, appoggiate su un cassettone, si scorgono due bottiglie intonse di Coca Cola, poste vicino alla parete su cui campeggia un grande poster dedicato alla stessa bevanda con le bollicine. Quello per la Coca Cola, infatti, era un grande amore interrotto solo da problemi di salute… anche perché la beveva tutti i giorni, a tutte le ore! Non riusciva a starne senza: «E mi fa male ora, ho smesso». Anche quello per il tabacco (era un fumatore incallito) è una passione ormai tramontata: «Ora un posso neanche sentì l’odore, anzi un posso neanche sentille nominare! Un me le rammentare le sigarette, via, un mi ci fa pensare!».

Tornando a parlare di ciò che lo ha reso famoso gli chiedo: «Mi racconti dei tuoi show al passaggio a livello?». E lui: «Mettevo i dischi nel giradischi, scendevo in strada e poi ballavo, cantavo, facevo i movimenti di Celentano e di Elvis, mi mettevo qui all’uscio e con la chitarra mi scatenavo davanti alla gente in macchina… Un giorno presi la seggiola, montai sopra in piedi e mentre ballavo «chiò!» [simula il rumore di un strappo], i pantaloni ai culo!». La chitarra, a dire il vero, non ha mai imparato a suonarla: «mi faceva fatica imparare e poi d’estate era troppo caldo per suonarla qui», ci dice. Lo strumento era dunque usato solamente per fare scena ed emulare le gesta dei suoi beniamini del mondo della musica. «Ma conosco a memoria tutte le canzoni di Elvis e Celentano», ammette con un certo orgoglio, «basta mette’ la canzone e io gli vo dietro».

La sua canzone preferita in assoluto è Il ragazzo della via Gluck: «È la canzone meglio di tutt’ i’ mondo». E da buon celentanomane qual è, tiene a precisare che a novembre di quest’anno cadrà anche il 50° anniversario dell’uscita del brano in questione.

In alcune occasioni, racconta che ha avuto modo di esibirsi anche “in trasferta”. Ogni qual volta veniva trasmesso nelle sale cinematografiche un film con Celentano protagonista, il nostro Carlo, sentendosi direttamente chiamato in causa, non mancava all’appuntamento. Era anche, in qualche modo, il suo momento. All’arrivo al Ridotto o a quello che era il Cinema Puccini di Castelfiorentino, veniva subito riconosciuto dai presenti, come fosse lui la vera star della serata. «Quelli della biglietteria mi facevano passare gratuitamente. Se c’era la fila tutti mi facevano posto e mi facevano passare avanti. Ai bigliettaio poi gli facevo: “Quant’è? un dolloro o du dollari?” All’americana, sai, pe’ fa i ganzo». Cominciata la proiezione, la sola immagine di Celentano sullo schermo gli procurava un’emozione incontenibile e un piccolo effetto collaterale: «Mi pisciavo addosso dall’emozione». Durante l’intervallo invece intratteneva i presenti in sala col suo consolidato repertorio di imitazioni del Molleggiato. Ed era sempre un successo: «Mi conoscevano tutti! Io facevo lo spettacolo, ci voleva i biglietto con me! Perché facevo ride, no? Se io andavo là, dovevano pagare i’ biglietto per vedermi!»

A Castelfiorentino, fino a qualche tempo fa, andava tutti i sabati, in occasione del giorno di mercato e spesso si spostava in autostop. Tanta era la sua fama che gli automobilisti di passaggio da Brusciana erano sempre disposti a dargli uno strappo verso la vicina cittadina valdelsana. Arrivato a destinazione, ogni volta era un tripudio di saluti e di riconoscimenti: i vari venditori alimentari, infatti, offrivano tutti a “Cacio Cacio”, così lo avevano ribattezzato, chi un pezzo di formaggio, chi un pezzo di focaccia, chi un intero panino farcito: «Castello per me era come l’America!».

Da circa una quindicina d’anni il nostro Celentano ha smesso di intrattenere gli automobilisti incolonnati al casello con il suo classico repertorio. Conduce una vita normale, lontano dai “riflettori”, anche se continua a riscuotere successo tra la gente per la sua simpatia e per la sua indiscutibile bontà d’animo: fa spesa per i vicini più anziani, fa loro compagnia e va ad accogliere i bimbi del quartiere alla fermata del pulmino della scuola, tutti i pomeriggi alle 16.30. «Perché vado? Perché mi garbano i bambini a me. Mi piace far du’ chiacchere con loro e le loro mamme».

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Infine, al momento dei saluti, mi onora con una delle sue proverbiali imitazioni di Celentano: «We we, mi sei simpatico, sei proprio forte», il tutto detto con l’espressione facciale tipica del suo mito: fronte aggrottata, palpebre che sbattono più volte, mano sulla bocca che poi indica l’interlocutore. Un perfetto camaleonte!

 

Fonti:
Interviste a Carlo Bianchi “Celentano”, Giancarla Violanti (mamma) e Gianna Bianchi (sorella), Pacifico Cocci e Francesca Loconte (vicini di casa).

Daniele Lovito

Daniele Lovito

Daniele Lovito, nato a Empoli, ma geneticamente lucano, è il quinto di cinque fratelli (poi i suoi scoprirono la TV). Da sempre appassionato di storia, nel 2015 consegue finalmente la laurea in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze. Ricercatore free-lance e aspirante ricercatore universitario, è da sempre lavoratore precario multitasking. Calciatore amatoriale di periferia con “il cuore dentro alle scarpe” e cantante da camera (camera da letto, bagno…soprattutto bagno), ama il cinema d’essai e i maestri della commedia all’italiana. Dedito fin da piccolo all’arte dell’imitazione, sogna una – improbabile - carriera nel mondo del cabaret.
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4 commenti

  1. Mi è piaciuto tantissimo questo articolo!!!! Complimenti a Daniele Lovito per l’idea di intervistarlo!!!

  2. Complimenti Daniele x l’intervista al nostro Celentano avrebbe avuto bisogno di un po di pubblicità prima quando le persone si fermavano al P.L. anche se non era chiuso solo per vederlo. Cmq bella iniziativa da far conoscere anche ad un pubblico maggiore. Un Bruscianese

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