Brusciana il paese dei “riccinballa” e lo scherzo che la perseguita da quasi un secolo

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Forse non tutti sanno che fino a qualche tempo fa gli abitanti della frazione empolese di Brusciana venivano scherzosamente chiamati “riccinballa” dai residenti delle altre frazioni di Empoli o da chi proveniva dalle città limitrofe. Ma qual è l’origine di questo curioso appellativo?

Si narra che tutto abbia avuto inizio nell’estate del 1935, nel periodo in cui a Brusciana aveva le tende il circo equestre di Alfredo Tafani, istrionico saltimbanco e trombettista di Pitigliano (Gr), conosciuto nell’ambiente circense col soprannome di “Manicomio”. Al termine di uno dei suoi spettacoli, il Tafani venne circondato da alcuni bruscianesi che volevano complimentarsi con lui e la sua troupe per l’intrattenimento offerto. I complimenti si trasformarono in chiacchiere, una chiacchiera tira l’altra e non si poté fare a meno di parlare della miseria e della fame che affliggevano la popolazione in quei giorni.

A quel punto “Manicomio”, sempre pronto a buttarla sullo scherzo, ebbe l’idea di tirar su un’ingegnosa burla per farsi beffe dei paesani più creduloni e per esorcizzare, con una sana risata, le difficoltà dettate da quei tempi di magra. Fu così che, con un lampo di genio, architettò il leggendario scherzo dei “riccinballa”. Sfruttando le sue acclarate doti d’affabulatore, il funambolico circense riuscì a convincere buona parte di quel pubblico dallo stomaco rantolante a intraprendere, nel cuore della notte, una folle caccia al riccio che, a suo dire, avrebbe soddisfatto l’appetito di tutti.

«Vedete quel boschetto lassù in cima al poggio? – disse il Tafani – Ecco, si dà il caso sia pieno di ricci! Se farete quel che vi dico ne tornerete a mani piene!». Detto questo, “Manicomio” invitò i presenti a munirsi di campanacci, torce e balle e a seguirlo nel bosco indicato. «Appena avrò finito di suonare la tromba, cominciate ad agitare i campanacci, aprite le balle e vedrete che i ricci vi salteranno dentro da soli». Per facilitare la riuscita dell’operazione, inoltre, suggerì loro di recitare la formula: «Riccinballa, riccinballa, riccio salta in balla!».

In molti, tra i bruscianesi, seguirono ingenuamente le istruzioni del Tafani e presero parte a quell’inverosimile battuta di caccia, ma, com’era prevedibile, le cose andarono diversamente da quanto loro prospettato: i sacchi rimasero vuoti e dei ricci nemmeno l’ombra. A quel punto, presa coscienza di quella colossale presa in giro, le ignare vittime della burla scoppiarono, almeno in un primo tempo, in una grassa risata. Ma vi fu chi, invece, non la prese affatto bene. Come ci racconta Giancarla Violanti, anziana signora da sempre residente a Brusciana, qualche bruscianese era intenzionato a dare una bella lezione a quell’irriverente saltimbanco. L’intervistata racconta che fu sua madre a salvare “Manicomio” dalla furia dei suoi compaesani. La donna infatti lo mise in guardia dicendogli: «Vai via prima possibile perché ti vogliono ammazzà!». Ed effettivamente, l’indomani mattina, l’uomo se ne andò via con tutta la sua carovana.

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Ma le voci della beffa avevano ormai cominciato a diffondersi a macchia d’olio e corsero veloci di bocca in bocca, di frazione in frazione, di città in città. Da quel momento e per lungo tempo i bruscianesi furono puntualmente apostrofati “riccinballa” dagli abitanti dei paesi vicini e da loro fatti frequentemente oggetto di scherno. A darcene testimonianza è ancora la signora Giancarla: «Con questa storia c’hanno preso in giro un po’ e via. Durante una festa paesana qualcuno delle frazioni vicine ci fece arrivare un carretto pieno di ricci trainato da un ciuchino. E l’episodio scatenò un po’ di parapiglia. O ancora, quando passavano i treni da qui, dai finestrini c’era chi rovesciava delle scatole piene di ricci… Non si poteva più andare a Empoli che si veniva presi in giro».

Lo sberleffo si diffuse a tal punto che, addirittura, si dice che alcune osterie e trattorie di Empoli cominciarono a proporre scherzosamente menù con piatti a base di ricci alla bruscianese. Naturalmente nessun riccio fu mai preparato in quelle cucine.

Fonti: Intervista a Giancarla Violanti; Gabriele Baldanzi, Alfredo detto “Manicomio” e le sue mitiche burle, «Il Tirreno», 25 novembre 2015.

Daniele Lovito

Daniele Lovito

Daniele Lovito, nato a Empoli, ma geneticamente lucano, è il quinto di cinque fratelli (poi i suoi scoprirono la TV). Da sempre appassionato di storia, nel 2015 consegue finalmente la laurea in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze. Ricercatore free-lance e aspirante ricercatore universitario, è da sempre lavoratore precario multitasking. Calciatore amatoriale di periferia con “il cuore dentro alle scarpe” e cantante da camera (camera da letto, bagno…soprattutto bagno), ama il cinema d’essai e i maestri della commedia all’italiana. Dedito fin da piccolo all’arte dell’imitazione, sogna una – improbabile - carriera nel mondo del cabaret.
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