Un biscotto nato in convento: l’amaretto santacrocese

0

Quella che segue è l’antica storia di un biscotto, impastato per secoli dalle suore di un monastero e diventato poi il simbolo di un’intera città: l’amaretto santacrocese.

amaretto-di-santa-Croce-  Un biscotto nato in convento: l'amaretto santacrocese amaretto di santa Croce

Realizzato con mandorle tritate, zucchero, uova e scorza di limone, il fragrante e gustoso pasticcino fu inventato dalle monache di clausura del convento di Santa Cristiana di Santa Croce sull’Arno e veniva puntualmente donato nel periodo natalizio ai benefattori dell’istituto religioso e ai personaggi più in vista del borgo pisano. Per centina di anni la produzione e la ricetta dell’amaretto rimasero entro le mura della comunità monastica e solo a partire dalla metà del secolo scorso avrebbero varcato i confini fisici del convento per raggiungere, nel territorio laico, i fornai e più moderni pasticceri della città del Valdarno inferiore. Da quel momento l’Amaretto si sarebbe trasformato nel dono tipico delle festività invernali santacrocesi.

Le fonti documentarie danno testimonianza dell’esistenza di questo biscotto a partire dal XIX secolo, anche se si pensa verosimilmente che possa avere natali anteriori, dato che il convento è stato fondato nel 1286 per iniziativa di Oringa Cristiana Menabuoi, la futura Santa Cristiana. Qualcuno pensa, invece, che una qualche influenza nello sviluppo della produzione di questo pasticcino l’abbia avuta la casa madre delle monache, situata a Piacenza e quindi nel Ducato di Parma, dove la duchessa Maria Luigia d’Austria, assai golosa di dolci ed ex moglie di Napoleone Bonaparte (1810-1815), nel corso dell’800 dette notevole impulso alla lavorazione artigianale dei dolci conventuali.

Le mandorle usate dalle suore santacrocesi come base per l’impasto, in parte, venivano portate in dote dalle novizie che salivano dalla Sicilia per abbracciare la vita di clausura, in parte, erano concesse a titolo gratuito dai contadini locali perché, a differenza dei pinoli, questi frutti non avevano mercato e se ne disponeva di grandi quantità, visto che un tempo, prima che le campagne venissero spopolate e che l’industria del cuoio si espandesse, il Valdarno inferiore era ricco di mandorleti. Custodita segretamente per secoli, negli anni ’50 la ricetta dell’Amaretto venne passata alle proprietarie di un piccolo forno ubicato davanti al Convento, come ringraziamento per le numerose opere gratuite eseguite da queste donne in favore della comunità ecclesiastica. Da quel momento la formula di preparazione del biscotto cominciò a circolare di bocca in bocca, divenendo presto di dominio dei fornai e delle donne santacrocesi, che nel corso del tempo hanno applicato delle personalissime varianti alla ricetta originale: c’è chi ha “osato” utilizzare solo l’albume e non l’uovo intero, chi la scorza d’arancia al posto di quella di limone, chi ha aggiunto lo zucchero a velo, chi un po’ di liquore, chi la vanillina. A prescindere dagli ingredienti più o meno aggiunti, l’amaretto avrebbe messo le sue radici in città e sarebbe diventato il dono per eccellenza scambiato durante le festività natalizie anche fra datori di lavoro e dipendenti, fornitori e clienti.

Sopita per alcuni anni, la tradizione ha ripreso vigore grazie all’impegno della Pro Loco e dei fornai locali, che nel corso del tempo si sono fortemente impegnati affinché il sapere degli amaretti non andasse perduto. Da più di vent’anni, infatti, ai primi di dicembre il centro di Santa Croce viene animato dalla Festa dell’Amaretto, durante la quale i pochi amarettai rimasti si sfidano a colpi d’impasto per aggiudicarsi l’Amaretto d’Oro, premio realizzato da un orafo della città.

Daniele Lovito

Daniele Lovito

Daniele Lovito, nato a Empoli, ma geneticamente lucano, è il quinto di cinque fratelli (poi i suoi scoprirono la TV). Da sempre appassionato di storia, nel 2015 consegue finalmente la laurea in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze. Ricercatore free-lance e aspirante ricercatore universitario, è da sempre lavoratore precario multitasking. Calciatore amatoriale di periferia con “il cuore dentro alle scarpe” e cantante da camera (camera da letto, bagno…soprattutto bagno), ama il cinema d’essai e i maestri della commedia all’italiana. Dedito fin da piccolo all’arte dell’imitazione, sogna una – improbabile - carriera nel mondo del cabaret.
Share.

Leave A Reply