Comunicare ai tempi del coronavirus: il parere della sociolinguista Vera Gheno

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Sono giorni virulenti, inutile negarlo. È trascorso poco più di un mese dall’arrivo in Italia del coronavirus SARS-Cov2 e, al di là degli effetti delle misure di contenimento adottate, l’aria è satura. Satura di parole ringhianti, di sguardi smarriti, quando non accigliati. In un crescendo di tensione emotiva che ammorba cervello e polmoni, rischiando di fare più danni della stessa epidemia.

In attesa di tempi migliori, possiamo provare a stemperare i toni del discorso pubblico? A riscoprire, sia mai, un modo di comunicare più civile e comprensibile? Abbiamo rivolto queste e altre domande a Vera Gheno, sociolinguista e traduttrice, esperta in comunicazione digitale. Sentite cosa ci ha risposto.

 

Buongiorno Vera, hai dichiarato recentemente che in questi giorni sei felice di essere una socio-linguista. Perché? Cosa vedi dalla tua torretta di osservazione?

Indubbiamente, stiamo tutti assistendo a fenomeni di comunicazione eccezionali, molto interessanti da studiare. Però sono contenta di essere proprio una sociolinguista perché ho la sensazione di poter dare un contributo, per quanto minuscolo, alle persone. Per esempio, spiegando il significato delle parole che stiamo usando, o di cui stiamo abusando, o cercando di riflettere assieme a chi mi segue sull’importanza di fare più attenzione al modo con il quale comunichiamo. Non solo “in uscita”, rispetto cioè a ciò che mettiamo in circolo noi, ma anche “in entrata”, diventando più scaltri nel comprendere se quello che stiamo leggendo è vero o falso”.

 

Elias Canetti diceva che nell’oscurità le parole pesano il doppio. In questo periodo di “oscurità”, tu stai analizzando le parole più usate dai media e dai social e i loro effetti nella percezione del COVID-19. Puoi sintetizzarci i passaggi mediatici fondamentali dall’inizio dell’epidemia? Quale bilancio ne trai?

“Quando ho scritto il mio articolo per Treccani, avevo identificato tre passaggi. Il primo era la narrazione apocalittica del “pericolo lontano”, finché l’epidemia era in Cina. Il secondo, l’arrivo dell’Armageddon (o potremo chiamarlo “Coronageddon”, come qualcuno ha già suggerito) in Italia, con una comunicazione a mio avviso estremamente sopra le righe che ha avuto il sicuro effetto di atterrire tutti; il terzo momento è stato quando, per gestire l’emergenza, è stato richiesto un abbassamento dei toni un po’ a tutti gli attori dei media. Adesso vedo un grande abuso delle metafore belliche, come del resto nota il mio collega Faloppa nel suo bell’articolo sempre su Treccani, e una comunicazione che ricalca quella che potrebbe avere un paese implicato in una guerra. Ogni giorno viene emanato un vero e proprio bollettino (contagiati, ricoverati, morti, guariti), con una scarsa percezione di possibili orizzonti temporali, anche perché ovviamente nessuno può dire con esattezza quanto durerà. Non traggo ancora nessun bilancio, se non che almeno in quelle fasi iniziali sono state poche le testate che non hanno seguito la strada dello scoop, e questo, per quanto mi riguarda, è un vero peccato, perché secondo me seminare o alimentare il panico non dovrebbe rientrare tra le azioni consentite per la deontologia di un giornalista”.

 

Parliamo di comunicazione istituzionale. Scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 23 marzo: “Il quotidiano bollettino della Protezione civile così non funziona, è solo un bollettino di guerra, se non di morte. […] Nessuno discute le qualità organizzative di Angelo Borrelli, ma non è un gran comunicatore. Anche i comunicati delle ordinanze regionali (supermercati, sport, mercati…) non sono il massimo della chiarezza e possono generare equivoci. Forse un po’ più di attenzione nel comunicare (non serve punire, bisogna spiegare) aiuterebbe tutti noi a scacciare dubbi e paure”. Cosa ne pensi?

“Penso che la comunicazione in questi giorni sia piena di luci e di ombre. Ad esempio: perché Conte deve fare conferenze stampa a tarda notte su Facebook? Perché le ordinanze si devono susseguire dando istruzioni a volte poco comprensibili? Perché gli italiani vengono trattati come bambini capricciosi e un po’ duri di comprendonio? Chi decide quali sono i beni di prima necessità? Chi pensa ai bambini, chiusi in casa da settimane? Anche io auspicherei una comunicazione meno paternalistica e meno autoritaria, anche perché non penso assolutamente che “la gente” non sia in grado di capire. Mi sembra piuttosto che non si faccia un grande sforzo per farsi capire. Ma in questo caso sto parlando più da comune cittadina che da linguista”.

 

Sono giorni di distanziamento sociale forzato, che rendono mutila la nostra comunicazione, privata all’improvviso della sua componente prossemica, non verbale. Cosa significa questo per un popolo come quello italiano che ha fatto della gestualità un cardine della propria cultura?

“Sicuramente vuol dire che aumenta molto la nostra fraintendibilità, e che di conseguenza tutti dovremmo davvero fare molto più caso alle nostre parole, a come le usiamo, a come le scegliamo. I social non sono “terreno di comunicazione” nativo per tutti, eppure tutti, in questo momento, siamo stati quasi costretti a trasferircisi. E niente, dobbiamo imparare a fare temporaneamente meno affidamento sui gesti e investire di più sulle parole“.

 

Da quando ci hanno obbligati a chiuderci in casa, molti di noi hanno cominciato a scrivere i diari della quarantena, condividendoli, in alcuni casi, sui social. Cosa c’è dietro questa tendenza alla narrazione di sé?

“So che non per tutti è così, ma anche io sto scrivendo tantissimo. Forse è bisogno di condividere con gli altri, di sentirsi parte di qualcosa. Non credo che sia facile vivere con queste limitazioni di movimenti. Non penso nemmeno che scrivere o leggere da soli riusciranno a “salvarci”, ma dato che siamo attorno al Dantedì conviene ricordare che il Sommo scriveva “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Vuoi vedere che non aveva tutti i torti?”.

 

Un altro fenomeno diffuso in questi giorni è il protagonismo della poesia: i versi dei poeti rimbalzano in rete e sui social, quasi a voler offrire un rifugio nel caos. La parola è una medicina?

“Sicuramente. E la poesia è il contesto del “tana libera tutti”, quello in cui tutte le regole linguistiche, grafiche, ortografiche, lessicali, sintattiche decadono e possono essere trasgredite. La poesia non solo è medicina, ma medicina potente e liberatoria“.

 

Quali consigli ti senti di dare a tutti gli smanettoni digitali che ci leggono dai loro 30 metri quadri di spazio, saltando da una telefonata a un social?

“Di tenersi anche un po’ di spazio per il silenzio. Per quanto i social ci possano indubbiamente dare una mano, abbiamo sempre e ancora bisogno anche di stare da soli con noi stessi, ogni tanto. Impariamo a discernere cosa condividere e cosa no. Non c’è bisogno di mettersi completamente a nudo, in piazza; proviamo a gestire la nostra “faccia pubblica” preservando la nostra “faccia privata” e a non scrivere in rete cose delle quali a posteriori potremmo pentirci o vergognarci. Insomma, usiamo questo tempo per cercare il nostro equilibrio nella onlife“.

Donatella Vassallo

Donatella Vassallo

Vivo a Firenze ma non ho la "c" aspirata. Le mie vocali sono aperte, come i confini di Palermo, mia città d'origine. Trascorro le mie giornate a scuola per rubare ai bambini la scintilla della curiosità. Poi la lancio a destra e manca. Quello che raccolgo provo a raccontarvelo.
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