Elisa Giobbi e il lato noir del Rock’n’Roll

0

L’attesa, come diceva un cantautore milanese, ha in sé un senso quieto e religioso in cui certe volte viene da pensare “al gusto della morte e dell’oblio”.

attesa-elisa-giobbi-e-il-lato-noir-del-rock-n-roll rock ‘n’ roll Elisa Giobbi e il lato noir del Rock'n'Roll Attesa Elisa Giobbi e il lato noir del Rock    n    Roll

E la morte è da sempre l’evento più Rock ‘n’ Roll dell’esistenza umana, o almeno di chi del Rock ‘n’ Roll ne fa vita. Il momento in cui suona l’ultima nota, un finale canzone lento e prolungato alla Pink Floyd o una rottura violenta e inaspettata in piena tradizione Punk e l’ultimo applauso del pubblico che ti consacra nell’eternità. Niente bis, non si ripete. Trovi anche tu, Elisa, che ci sia questo stretto ed affascinante connubio tra musica e morte?
“Certo, ed è stato uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere questo libro; la morte intesa come l’ultima e definitiva parte dello show. In questo senso il “Rock’n’Roll Noir”, soprattutto nel capitolo che dedico a Jim Morrison, accenno anche alla visione della morte nietzschiana, la “libera morte”, per cui “chi brama la gloria” deve essere capace di uscire di scena nel momento migliore e non accontentarsi di una dipartita ordinaria, lasciandosi spegnere. Questo continuerà a distinguerlo dai comuni mortali. Per dirlo con le parole di Jimi Hendrix: “la fiamma che brucia il doppio dura la metà”. Mi pare che questa visione calzi a pennello con le vite turbolente e spettacolari dei “magnifici 7”, come li definisco nel libro, troppo eroici ed inquieti per immaginarli immersi in una tranquilla vecchiaia circondati dai nipoti”.

Nel tuo libro “Rock’n’Roll Noir – I misteri, le relazioni e gli amori del Club 27” edito per Arcana si parla nello specifico di un club tristemente famoso composto da incredibili rock star prematuramente scomparse all’età di 27 anni. Si parla di Kurt Cobain, Janis Joplin, Jimy Hendrix, Amy Winehouse e non solo. Pare proprio che morire a 27 anni sia sinonimo di immortalità. Cosa ti ha spinto a scandagliare le vite di questi artisti? C’è, oltre all’età in cui hanno lasciato per sempre il palco, qualcos’altro che accomuna tutte queste brevi e tormentate vite di cui scrivi?
“Il mito del Club 27 mi è sempre sembrato intrigante, nonostante sia lontana dall’essere un’amante del complottismo, della numerologia, dell’astrologia e delle visioni troppo romantiche o mistiche. Ma il destino comune di stelle così alte e luminose del rock rappresenta senz’altro un’anomalia affascinante anche per i musicofili più scettici e cinici come la sottoscritta. Per giunta, approfondendo ho scoperto che ci sono tanti elementi, sconosciuti ai più, che li accomunano: non solo un generico male di vivere ma, a partire dall’infanzia, relazioni prima familiari e poi sentimentali e percorsi artistici spesso di segno comune. Moltissime similitudini e intrecci tanto evidenti quanto curiosi che non posso svelare del tutto per non guastare il piacere della lettura”.

Io, da grande divoratore di musica quale sono, non l’ho mai pensato; ma voglio porti un quesito che mi ha tormentato e mi tormenta ancora: a volte ho come il dubbio che molti ascoltatori (anche addetti ai lavori) considerino “grande” un artista più per le vicende legate alla sua morte che per quanto ha prodotto in vita, che gli eventi legati alla sua scomparsa portino magicamente un cantante a diventare uno dei preferiti da sempre. Non credi che questa mistificazione post mortem da parte di certi “necrofagi del rock ‘n’ roll” sia estremamente deleteria alla musica vera e propria?
“È evidente che un certo stile di vita, come quello che ha caratterizzato i 27s di cui parlo nel libro – non solo i magnifici 7, ma una cinquantina di musicisti –  con ogni probabilità porti a un’uscita di scena prematura come quella a cui sono andati – quasi consapevolmente, direi – incontro. È altrettanto vero però che “i magnifici 7” tra questi continuano a rappresentare l’elite del rock, giganti della musica che continuano ad occupare indisturbati i loro troni e che, a distanza di decenni, non hanno trovato eredi. Naturalmente non basta una morte precoce a renderli miti eterni ed icone del rock: la capacità di innovazione (e di autodistruzione), la creatività sfrenata, il talento assoluto e le suggestioni che sono stati capaci di creare, uniti alla capacità di segnare intere generazioni sono gli elementi che hanno deciso la loro sorte tragica ma gloriosa, da moderni semidei”.

Non solo i “magnifici 7” di questo club, ma anche molti altri cantanti e musicisti scomparsi all’età dei 27 vengono raccontati nel tuo libro. Ce n’è qualcuno che durante le tue ricerche ti ha appassionato/sconvolto particolarmente?
“Uno su tutti: Richey Edwards, membro dei Manic Street Preachers, uno dei casi più misteriosi e intriganti…”.

Come sempre nell’ultima domanda delle mie interviste chiedo sempre di consigliare ai lettori qualcosa: tu sicuramente durante le tue ricerche avrai ascoltato un sacco di musica di questi artisti più o meno famosi scomparsi a 27. Quali di questi ti ha musicalmente coinvolto di più e ti senti di consigliarci?
“Di più: nei mesi in cui ho scritto Rock’n’Roll Noir ho fatto una full immersion gradevolissima nella musica dei “magnifici sette”. Credo che siano talmente grandi e famosi che non c’è nessun bisogno di consigliare nessuno di loro perché li conosciamo già tutti. E ce n’è davvero per tutti i gusti, da Robert Johnson per gli amanti del blues alla Winehouse per gli appassionati di soul. E in mezzo, tonnellate di rock’n’roll. Di qualità purissima e, per questo, letale”.

 

 

 

 

Rock & roll noir. I misteri, le relazioni, gli amori del Club 27
Elisa Giobbi
Editore: Arcana  – Collana: Musiqa
Anno edizione: 2016 – Pagine: 223 p. , ill. , Brossura
arcanaedizioni.com

Francesco Marinelli

Francesco Marinelli

Francesco Marinelli, poco più che 30enne anagraficamente, meno di 20 spiritualmente. Chimico di professione, musica per passione, si divincola tra provette e Orme Radio dove conduce Germi il Lunedì sera. Non si perde neanche un concerto e da poco lanciato nel mondo del giornalismo musicale anche se fermamente convinto che "Scrivere di musica è come ballare di architettura".
Share.

Leave A Reply