E se parlassimo dei diritti delle piante?

0

Il problema di fondo relativo ai diritti dell’uomo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli.

Norberto Bobbio, L’età dei diritti.

Le piante sentono dolore, gioia, paura? Comunicano con noi? Non lo sappiamo. Al netto delle nostre attuali conoscenze sul mondo vegetale – che ci risulta ancora in buona parte sconosciuto – non abbiamo elementi per affermare o negare la sensibilità delle piante. Questa scarsa incapacità di empatizzare con le piante – anche nel linguaggio comune si dice “vivere come un vegetale” per indicare un vita inerte – rappresenta uno dei principali ostacoli a riconoscere loro dei diritti. Lo sostiene Alessandra Viola in “Flower Power. Le piante e i loro diritti” appena pubblicato per i tipi Einaudi, con lo scopo di avviare un dibattito sull’opportunità di riconoscere una personalità giuridica al mondo vegetale.

L’autrice, forte delle sue ricerche di dottorato in Comunicazione della scienza e in Scienze agrarie e ambientali con Stefano Mancuso, parte da un assunto: i diritti e l’etica non sono dati naturali, ontologici, ma costruzioni umane, che si sono evoluti insieme alle società e ai loro sistemi culturali. Basti vedere i diritti delle donne, dei bambini o degli animali, riconosciuti solo in tempi relativamente recenti. Storicamente, il riconoscimento di alcuni diritti, come quello dei bambini, sanciti nel 1924 dalla Dichiarazione dei diritti del fanciullo, è seguito a eventi sanguinosi, con intenti di compensazione ai danni inferti sulle popolazioni. E non è forse una guerra quella che abbiamo dichiarato alla nazione delle piante, per usare un termine coniato dal biologo vegetale Stefano Mancuso?

Secondo la Lista rossa 2019 dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn), sono 28.338 le specie a rischio sul pianeta, il 27 per cento di tutte quelle conosciute. 6127, cioè quasi trecento in più del 2018, sono a un passo dall’estinzione. Il 34 per cento delle conifere, ad esempio, è a rischio: significa che una specie di abete, di sequoia e di pino ogni tre potrebbe presto estinguersi. Eppure, continuiamo a sentirci i dominatori del pianeta. Questo, malgrado sappiamo che la loro estinzione avrebbe inevitabili ricadute anche sulle nostre stesse possibilità di sopravvivenza: il 95 per cento dei nostri principi curativi, per dirne una, proviene dalle specie vegetali e persino l’80 per cento delle nuvole è di origine biologica (deriva da terpeni prodotti principalmente dagli alberi). Cosa ci impedisce quindi di cominciare a ragionare seriamente sulla necessità di riconoscere formalmente i diritti delle piante, in modo da costruire una consapevolezza e una giustizia ambientale che faticano a farsi strada?

I motivi principali, a detta dell’autrice, sono due: retaggi culturali difficili a morire, come l’idea, affermatasi da Aristotele in poi, che esista una gerarchia tra piante e animali, e la nostra difficoltà nel comprendere il loro linguaggio. L’equazione è semplice: non le comprendiamo quindi diciamo che non sentono, non compiono delle scelte, non sono intelligenti. Questo malgrado molte ricerche abbiano scoperto, ad esempio, che alcune specie vegetali, in presenza di un predatore, emettono rumori, sostanze volatili, segnali elettrogenici alle piante vicine, in modo da avvisarle che potrebbero essere predate a loro volta.

La nostra ignoranza su molti processi vegetali dovrebbe spingerci ad adottare il principio di precauzione: non sapendo se provano dolore, sarebbe meglio non danneggiarle. Il rispetto dei diritti della natura presuppone un’idea animistica e mistica del mondo che pare ormai bandita dal mondo occidentale: “Ko au te awa. Ko te awa ko au”, dicono i membri delle tribù Whanganui della Nuova Zelanda. “Io sono il fiume. Il fiume è me”. Solo se riesci a considerare un corso d’acqua, una pianta, una montagna come parte della tua comunità, puoi essere disposto a lottare per difenderne i diritti. Capite la differenza? Non li difendo perché mi sono utili ma perché hanno valore in sé. Un salto quantico.

Grazie a questa consapevolezza, molte popolazioni autoctone, dal Sud America agli Stati Uniti, dal Sud Africa alla Nuova Zelanda, hanno combattuto battaglie lunghe decenni contro i veri predatori del nostro pianeta: gli uomini. Il libro è ricco di questi esempi. Un caso emblematico è quello verificatosi in una vallata del Sequoia National Park, il Mineral King, dove nel 1965 il Servizio forestale americano aveva accettato la costruzione di un centro sciistico da parte della Walt Disney Production. Il volto di quella vallata sarebbe cambiato per sempre se il Sierra Club, la più antica associazione ambientalista americana, non si fosse opposto citando in giudizio i vertici del Servizio forestale americano. Passarono molti anni, finché il Giudice della Corte suprema, William O. Douglas, non rese pubblico il suo parere: secondo lui, bisognava riconoscere personalità giuridica agli alberi e in generale agli oggetti naturali in modo che chiunque potesse farli valere in sede legale. È interessante leggere uno stralcio del suo discorso: “La voce dell’oggetto inanimato, quindi, non dovrebbe essere inascoltata. Ciò non significa che la magistratura assume le funzioni manageriali dall’agenzia federale. Significa semplicemente che prima che questi pezzi inestimabili di America (una valle, un prato alpino, un fiume o un lago) siano persi per sempre o siano così trasformati da essere ridotti alle macerie del nostro ambiente urbano, la voce dei beneficiari esistenti di queste meraviglie ambientali dovrebbe essere ascoltata. Forse non vinceranno. Forse i bulldozer del «progresso» scaveranno sotto tutte le meraviglie estetiche di questa bellissima terra. Questa non è la domanda attuale. L’unica domanda è: chi ha il diritto di essere ascoltato?”. Queste parole cambiarono la storia: dopo dieci anni, quando era tutto pronto per la costruzione del progetto, la Walt Disney Production decise di abbandonarlo perché aveva ormai compromesso la sua reputazione ambientale.

Simili lotte hanno portato altri Paesi, come l’Ecuador, a promulgare nel 2008 la Carta dei diritti della natura, innescando un virtuoso effetto domino sulle nazioni vicine: anche la Bolivia, il Messico hanno poi promulgato delle leggi a difesa della Pacha Mama. Lo stesso è avvenuto in Nuova Zelanda, con il riconoscimento dei diritti della foresta e del fiume Whanganui, che, grazie alle battaglie dei Maori, dal 2017 è difeso da due tutori, uno nominato dal governo, l’altro dai Maori, che potranno agire in suo nome per proteggerne la salute e il benessere.

Questi esempi ci dimostrano che certe consuetudini culturali possono essere scardinate, a colpi di confronti, dibattiti e negoziazioni. Che certe strade sono già tracciate. E che sono le uniche percorribili per salvare la vita delle piante, e quindi la nostra.

Donatella Vassallo

Donatella Vassallo

Vivo a Firenze ma non ho la "c" aspirata. Le mie vocali sono aperte, come i confini di Palermo, mia città d'origine. Trascorro le mie giornate a scuola per rubare ai bambini la scintilla della curiosità. Poi la lancio a destra e manca. Quello che raccolgo provo a raccontarvelo.
Share.

Leave A Reply