L’assedio attorno al giudice Falcone nel racconto di Giovanni Bianconi

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Le commemorazioni rischiano alla lunga di diventare ologrammi. Riproduzioni dei fatti, schiacciate in un tempo mitico, in cui esistono eroi da un lato e antagonisti dall’altro, con confini netti e precisi.

La strage di Capaci non sfugge a questo destino, presentandoci ogni anno lo stesso stanco teatrino di maschere, che lascia sfumare sullo sfondo i tragici protagonisti dell’eccidio mafioso in cui, il 23 maggio del 1992, persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Dopo ventott’anni diventa difficile ricostruire il contesto in cui maturò quella strage, gli antefatti che portarono Falcone all’isolamento, facilitando la decisione dei mafiosi di ucciderlo: “Per essere credibili bisogna essere ammazzati, in questo Paese?”, si chiedeva il giudice palermitano.

Ma contestualizzare i fatti è doveroso, per ragioni umane prima che storiche. Provo a farlo in questa sede grazie al saggio di Giovanni Bianconi “L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone”, pubblicato nel 2017 da Einaudi.

Il racconto del giornalista parte dal 30 gennaio del 1992: per quel giorno era atteso l’atto finale del maxiprocesso alla mafia avviato da Falcone dieci anni prima. I giudici della Corte suprema di Cassazione avrebbero validato o meno il lavoro seguito dal giudice: ottomila pagine raccolte in quaranta volumi, che per la prima volta avevano portato alla sbarra Cosa Nostra in quanto organizzazione criminale verticistica e regolata da norme interne. In primo grado, la Corte d’assise aveva inflitto 19 ergastoli e 319 condanne, per un totale di 2655 di galera. In appello le pene erano state ridotte, decine di mafiosi erano stati assolti ma soprattutto era stata messa in dubbio la validità del cosiddetto “Teorema Buscetta”, in base al quale tutti i principali delitti eccellenti erano stati decisi dalla Cupola di Cosa Nostra. Molti boss erano stati scagionati: da Michele Greco a Bernardo Brusca, passando per Salvatore Riina e Nitto Santapaola. La partita in Cassazione si giocava sulla conferma o meno del “Teorema Buscetta”. Alle 18 squilla il telefono al ministero della Giustizia di Roma: “Abbiamo vinto!”, annuncia Vito D’Ambrosio, uno dei tre rappresentanti dell’accusa presenti in aula, a Giovanni Falcone. Il Teorema Buscetta era stato quindi ripristinato e per i principali capimafia sarebbe scattato l’ergastolo. Falcone viene raggiunto dalla notizia mentre si trova nel suo ufficio con la sua principale collaboratrice, Liliana Ferraro, un velo di preoccupazione scende sul suo sguardo: “Non abbiamo ancora vinto, Liliana. Anzi, il difficile viene adesso. Perché ci sarà una reazione”.

Infatti, il giorno dopo la mafia prepara le contromosse: a Palermo, nell’abitazione di Mimmo Biondino, uno dei fedelissimi del latitante Totò Riina, si discute dei prossimi attentati da compiere a Roma e delle modalità per organizzarli. Matteo Messina Denaro e Vincenzo Sinacori si incaricano di raccogliere armi ed esplosivo da trasferire in un appartamento della capitale. Le munizioni vengono portate tramite un camion frigorifero: sarebbero servite per colpire dei personaggi famosi, come Maurizio Costanzo o Pippo Baudo, in modo da destabilizzare lo Stato e obbligarlo a scendere a compromessi.

A metà febbraio, sei mafiosi si incontrano a Fontana di Trevi: è la Supercosa, come l’ha battezzata Totò Riina, in contrapposizione alla Superprocura. Lì sarebbe arrivato anche Giuseppe Graviano, allora latitante. Quel progetto inziale in realtà poi sarebbe stato accantonato per dare la precedenza a un obiettivo più ambizioso: Giovanni Falcone.

Il racconto a questo punto si allontana dalla matrice principale: con un flash back, Giovanni Bianconi torna al 27 febbraio del 1991, quando Falcone viene nominato direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia di Roma. Per comprendere i motivi di questo nuovo incarico, bisogna andare ancora più indietro nel tempo, al 1987, quando Antonino Caponnetto aveva deciso di lasciare la Sicilia per la Toscana chiedendo che venisse nominato come suo successore a capo del pool antimafia Giovanni Falcone. Il 15 dicembre di quell’anno, invece, al suo posto viene nominato Antonino Meli.

A Falcone si rimproverava da tempo il suo protagonismo mediatico, che poteva essere pericoloso e fuorviante nell’esercizio di un ruolo così delicato. Quella fu la prima sconfitta di Falcone all’interno della magistratura, ma non l’ultima. “Avete capito che mi avete consegnato alla mafia?” – disse alla sua amica Fernanda Contri – “Ora possono eseguire senza problemi la sentenza di morte già decretata da tempo, perché hanno avuto la dimostrazione che non mi vogliono neanche i miei, cioè i magistrati”.

Con l’arrivo di Meli, all’ufficio Istruzione di Palermo cambia tutto: a Falcone vengono precluse alcune inchieste, il giudice avverte di non riuscire più a svolgere il proprio dovere e chiede di essere assegnato ad altro ufficio. Nel frattempo, il governo presieduto da Ciriaco De Mita nomina il nuovo alto commissario antimafia e questa volta a Giovanni Falcone viene preferito Domenico Sica. Dopo la bocciatura da parte dei magistrati, il magistrato antimafia veniva quindi nuovamente sconfessato, questa volta dal Governo e non per demeriti ma proprio per non entrare in contrasto con la decisione precedente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Falcone, nel frattempo, aveva presentato domanda per essere nominato procuratore aggiunto a Palermo. Siamo nel 1989, e il 21 giugno, viene trovato un ordigno nella sua villa all’Addaura, che riuscì paradossalmente ad accrescere le insinuazioni nei suoi confronti: a quelle di eccessivo protagonismo si aggiunsero le voci di chi lo accusava pubblicamente di essersi messo la bomba da solo, per far salire la tensione e recuperare credito. Falcone prova a rispondere alle accuse con diverse interviste: “Io sono segnato nel “libro dei cattivi” e la condanna nei miei confronti è stata emessa da tempo – disse al Corriere della Sera il giorno dopo il fallito attentato. – Da parte della mafia si tratta di scegliere il momento più opportuno, le circostanze più favorevoli…”. In quel periodo, il magistrato stava puntando l’attenzione sulle relazioni istituzionali di Cosa Nostra e per questo andava fermato.

Tre giorni dopo il fallito attentato viene nominato procuratore aggiunto di Palermo, accanto a Pietro Giammanco, con il quale cominciarono ben presto ad affiorare dei dissapori. Nell’89 la mafia torna a sparare, il 5 agosto contro l’agente di polizia Antonino Agostino – “Questa cosa di Agostino è fatta contro di me e contro di te” – dirà qualche giorno dopo Falcone al commissario di polizia Saverio Montalbano. Questo, mentre si accavallano le false notizie contro di lui: si parlava di una microspia sistemata nel suo ufficio per registrarne le conversazioni. Altro polverone, altro discredito utile a offuscarne la figura di fronte all’opinione pubblica.

Nel frattempo Francesco Marino Mannoia comincia a collaborare con la giustizia e, due mesi dopo il suo primo interrogatorio, la mafia per rappresaglia gli uccide la madre, la sorella e la zia.

Il 21 settembre del 1990 cade il magistrato Rosario Livatino. Falcone, di fronte a quell’evidente controffensiva della mafia, prova a indicare la strada da seguire: “Non ci si deve illudere che si possano fare, a breve scadenza, miracoli. Nessuno ha la bacchetta magica. Ma se non si elimina la politica dei pannicelli caldi, se si continua a rincorrere i problemi, invece di prevenirli, la situazione si aggraverà ancora di più e lo sa Dio quanto è già grave”.

Per il magistrato diventavano intanto sempre più frequenti i motivi di dissidio con il procuratore Giammanco e con altri magistrati che spesso prendevano iniziative senza avvisarlo o firmavano archiviazioni di cui lui veniva a conoscenza solo a cose fatte. Anche per questo, quando arriva la sentenza della Cassazione che fa scarcerare quarantatré imputati, sentendo che erano più i colpi che subiva piuttosto che quelli che assestava nel contrasto alla mafia, decide di lasciare Palermo. Ma la decisione di trasferirsi al ministero Grazia e Giustizia di Roma rinfocola le polemiche: a quel punto, il magistrato viene accusato di aver abbandonato la battaglia in prima linea, di essersi venduto al potere politico. In particolare, non viene vista di buon occhio la sua vicinanza con il guardasigilli Claudio Martelli, figura a sua volta discussa per la contiguità con Bettino Craxi. Di fronte alle perplessità del suo amico Paolo Borsellino, Falcone ribatte che in Procura non c’erano le condizioni per lavorare come avrebbe voluto. Ultimamente, del resto, era stato costretto a occuparsi di furti di elettricità al quartiere Zen.

Prima di prendere l’aereo per Roma, dichiara ai giornalisti: “Non me ne vado per paura. Per me la vita vale quanto un bottone di questa giacca. Non penso alla morte. Io so, immagino che cosa si può pensare di me, ma non devo dimostrare niente a nessuno. Chi lavora, chi ha lavorato non deve dimostrare ogni giorno qualcosa”.

Trasferitosi a Roma, Falcone comincia a lavorare su un libro con la giornalista francese Marcelle Padovani, ma soprattutto si dedica all’importante missione che si era dato: centralizzare le indagini antimafia e creare procure specializzate. Il 9 agosto del 1991 è il giorno di un altro delitto eccellente: quello del magistrato calabrese Antonino Scopelliti, destinato a diventare pubblico ministero nell’ultimo grado del maxiprocesso e quindi bersaglio privilegiato per la mafia. Falcone parla dell’ennesimo salto di qualità compiuto dalle cosche.

Il 29 agosto dello stesso anno toccherà invece all’imprenditore Libero Grassi, crivellato con quattro colpi di pistola per essersi opposto al “pizzo”. Anche a lui non erano mancate le accuse di esibizionismo e di eccessiva esposizione mediatica. Il giorno dopo, dalle pagine della Stampa, Falcone scriverà: “Sorprende e disorienta che persone divenute simbolo dell’impegno antimafia possano rimanere esposte alla vendetta mafiosa così da essere eliminate con estrema facilità. Ed è inaccettabile che le istituzioni lodino e incoraggino il comportamento di un cittadino, incitando gli altri a seguirne l’esempio, senza sapere o potere fare nulla per garantirne l’incolumità”.

A Roma, intanto, cresceva l’ostilità nei suoi confronti per i progetti di riforma della magistratura. Il 15 ottobre del 1991, davanti alla prima sezione referente del Csm, Falcone è chiamato a discolparsi dalle accuse di aver trascurato i suoi doveri, di aver nascosto indizi e prove che avrebbero potuto violare accordi intoccabili, come quelli della politica siciliana con i clan. Il magistrato smonta, una per una, tutte le contestazioni insistendo sulla necessità di recuperare un’unità di intenti e un metodo di lavoro che si seguitava a non voler applicare. “La mafia non si può combattere a correnti alternate” – chiosa infine.

Quell’interrogatorio di quattro ore, in una sede istituzionale, fu per lui un duro colpo: era la conferma di un clima di pregiudizi e di isolamento ormai palpabile nei suoi confronti, da parte del mondo politico e della magistratura. La mafia lo stava isolando di fronte all’opinione pubblica prima di colpirlo. Lo aveva ricordato nelle ultime righe del libro scritto con Marcelle Padovani: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”.

Gli ultimi capitoli del libro sono anche gli ultimi della vita del magistrato: fanno ormai parte della storia, li conosciamo tutti. Non importa ripeterli, per lo meno non qui. Più apprezzabile, mi sembra, cercare di capire come si sia arrivati all’esplosione del 23 maggio 1992. Nella convinzione che spetti adesso a noi non lasciare solo Giovanni Falcone. Ognuno come meglio può.

Donatella Vassallo

Donatella Vassallo

Vivo a Firenze ma non ho la "c" aspirata. Le mie vocali sono aperte, come i confini di Palermo, mia città d'origine. Trascorro le mie giornate a scuola per rubare ai bambini la scintilla della curiosità. Poi la lancio a destra e manca. Quello che raccolgo provo a raccontarvelo.
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