La patente di nonno Gigi

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Era nato negli anni novanta dell’Ottocento. Ed era abituato ad andare col calesse, la domenica e le altre feste comandate, con la famiglia, tutti tirati a lucido, anche il cavallo.

Penso che il viaggio più lungo sia stato a Montecatini. In capo al mondo per quei tempi. Il giorno di lavoro, invece col barroccio, e vestito in modo diverso, spesso a Pescia andava a rifornirsi di carta alle cartiere. Passando dai “Bosconi” dove mi raccontava che c’erano i briganti e perciò si aspettavano e andavano “in convoglio” con altri carrettieri e mettevano la paglia nei campanellini del cavallo per non farsi sentire. Però il mondo va avanti, arrivano i motori, e piuttosto in su con gli anni, decise di prendere la patente, ma poveromo era negato. Non so se di solito allora si prendeva a Empoli, o bisognava recarsi a Firenze. Non credo che ci fossero le autoscuole. La “Rapida” no di certo, il Cerbioni era bambino. Forse l’Aci, che però si chiamava Raci. Bertino è capace c’era di già. Il Fruet no di certo. Fatto sta che a Empoli e Firenze ci rimbalzò.

Si diffuse la voce che a Livorno, la davano facile… la patente. Chissà forse c’era già Galeazzo Ciano. Era patito anche dei motori. Donne e motori! Come sempre. Gli avevano intitolato la “coppa Ciano” a Montenero. Forse il suocero Benito, allora andavano d’accordo, gli aveva consigliato di incrementare la motorizzazione, per il bene della Patria. E nonno Gigi decise di andarci. Ce lo vedo. In treno a vapore, sulla Leopolda, andare a Livorno a prendere la patente. Mi raccontava, a me bambino, che all’inizio fu tutto facile. La prova pratica sul lungomare, lunghi viali, larghissimi, deserti, tutto “a diritto”, non ci stava di sbagliare. La cosa più difficile era mettere le frecce, quando lo chiedeva l’ingegnere, perché non ce n’era bisogno. Tutto dritto. Poi la teoria. Qui cascò l’asino. Per lui che era abituato ad andare col cavallo. Mi raccontava che l’ingegnere gli disse: “Ora Le fo’ una domanda facile facile”. Forse si era fatto anche raccomandare! “Dica dica ingegnere”. “Cosa si fa quando bolle l’acqua”.
La risposta più ovvia sarebbe stata: “Mi fermo”. Gli sembrò così ovvia che si mise a pensare alle cose difficili. E s’impelagò. Non riusciva ad andare avanti allora la mise in “burletta” o in “bulletta”, come si diceva da noi. Rispose allora: “Dipende dal momento ingegnere”. “Come dal momento”. “Certo perché se è mezzogiorno”. “Che c’entra mezzogiorno”. L’ingegnere cominciava a spazientirsi: “Eh sì!”. “Come sarebbe a dire?” “Sì, perché se è l’ora di desinare”. Che c’entra il desinare?”. “C’entra c’entra, eccome se c’entra”. “Non mi prenda in giro”. “Non mi permetterei mai”. “E allora?”. “Allora, se è mezzogiorno, e bolle l’acqua…. si butta la pasta” . Sembra che l’ingegnere diventò paonazzo e nonno Gigi fu sonoramente bocciato anche a Livorno!

Roberto Taviani

Roberto Taviani

Nato nel 1944 al Terraio, in villa, sfollati sotto le bombe. La primina e le elementari dalle Giuseppine. Da grande volevo fare l'ingegnere. Smontavo tutte le automobiline. Poi cose della vita mi persuasero a iscrivermi a medicina e per smontare persone a specializzarmi in chirurgia. La passione per l'oncologia. Da pensionato, scribacchio, finché regge la memoria.
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