I’ cinefilo: Il Corriere – The Mule

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Non credo sia un caso che la prima recensione di un film per l’Empovaldo abbia come titolo The Mule, ovvero il mulo, animale così strettamente imparentato con l’asino, simbolo della nostra rivista e della nostra cocciutaggine.

Per quanto possibile infatti cerchiamo di portare un po’ di sana bellezza sulle spalle con la tenacia di un mulo, appunto. Un po’ come il buon vecchio Clint anche se lui lo fa sfornando puri capolavori, tanto da aver raggiunto in più di quaranta anni di carriera una dimensione leggendaria. Basta pensare a pellicole come Bird, Gli Spietati, Un mondo perfetto, Mystic River, Million Dollar Baby, American Sniper per gridare al miracolo. Lo so, ce ne sono altri, molti altri che sicuramente già state citando nella vostra testa, ma elencarli tutti è impossibile (38 film dal 1971!).
Ebbene, a questa lunga catena di perle da oggi potete aggiungerne un’altra, ovvero Il Corriere – The Mule, ultimo di una serie miracolosa di capolavori, di veri e propri oggetti di culto in un panorama cinematografico così avaro di emozioni autentiche.

La pellicola narra la storia vera di Earl Stone, floricoltore novantenne caduto in disgrazia nel Midwest in piena crisi economica. L’uomo ha pochissimi pregi, forse solo due: amare i fiori e guidare con prudenza il suo vecchio Ford pick-up con cui ha raggiunto 41 stati su 50 senza mai prendere una sola multa. Per questo il cartello di narcotrafficanti messicani gli affida il compito di diventare un mulo: di spostare grossi carichi di droga dal Texas a Chicago, sicuro della sua insospettabilità. Vista la situazione accetta senza scomporsi e gli ingenti guadagni gli permettono di fare opere di bene, come pagare il matrimonio della nipote o rimediare al dissesto del centro veterani della guerra di Corea. Perché Earl Stone, reduce di guerra ruvido e un po’ tranchant che ha sacrificato la famiglia e gli affetti per coltivare dei fiori che vivono solo un giorno, è un uomo alla ricerca di redenzione. Di perdono da una famiglia che di lui non ne vuole più sapere.

A far amare subito e senza condizioni la pellicola non è tanto la storia in sé, – per quanto bella – bensì la presenza dello stesso Eastwood che non vestiva i panni di attore dai tempi di Gran Torino, con il volto bellissimo scavato da rughe tanto profonde quanto vere a illuminare ogni singola inquadratura e mostrato quasi fosse un trofeo vinto a scacchi con la morte.
Un gigante che gioca col suo mito a quasi novant’anni senza prendersi troppo sul serio.

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Adamo Antonacci

Adamo Antonacci

Adamo Antonacci è nato a Firenze il 25 marzo del 1975. Dopo aver frequentato Lettere e Filosofia a indirizzo Storia e Critica del Cinema col prof. Sandro Bernardi, nei primi anni '90 realizza i suoi cortometraggi più significativi tra i quali Cinematosniff, Anima Larga e Avrei un problema. Agli albori del nuovo millennio realizza svariati cortometraggi e documentari per la Presidenza del Consiglio dei Ministri incentrati sulle adozioni internazionali, e nel 2010 dirige Ridere fino a volare, un lungometraggio comico-surreale con protagonisti Carlo Monni, Sergio Forconi e Niki Giustini. Nel 2014 diventa l'amministratore delegato della Stranemani International, un'azienda che si occupa di produzioni cinematografiche, cartoni animati e documentari, per la quale crea la mostra fotografica Divine Creature allestita presso il Museo dell'Opera del Duomo di Firenze, i Musei Vaticani e le Sale Affrescate del Palazzo di Giano di Pistoia. Nel 2018 viene pubblicato “Se là saranno i suoi occhi” raccolta poetica edita da Scatole Parlanti.
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